Rinascimento Marchigiano – Opere d’arte restaurate dai luoghi del sisma –

Testo e foto di Mariagrazia Fiorentino e Donatello Urbani

Il complesso monumentale di San Salvatore in Lauro, sede del Pio Sodalizio dei Piceni a Roma –P.za San Salvatore in Lauro –  accoglie una significativa testimonianza di quanto sia stato catastrofico nel 2016 il sisma che ha colpito la terra marchigiana. In mostra un notevole gruppo di opere d’arte, tra pittura e scultura che dicono di quanto amore sia stato riservato alla cultura e quanto grande sia stato lo sforzo profuso e condiviso con altri settori, taluni di vitale importanza per la vita civile.

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Nicola di Pier Gentile da Filetta di Amatrice detto Il Filotesio: “Redentore” – 1515/1520 – Affresco staccato dalla chiesa di S.Margerita ad Ascoli Piceno

Dietro ciascuna delle opere esposte ci sono sacrificio, tanto impegno e ricerca scientifica prestata da molti tecnici, tutti marchigiani che hanno lavorato in stretta collaborazione con le Università di Camerino ed Urbino e la direzione scientifica della Soprintendenza Archeologica, Belle Arti e Paesaggio delle Marche avvalendosi anche d’innovative analisi diagnostiche.  Vederle oggi esposte già restaurate, sia pure con evidenti segni  per lo shock subito, non possono che suscitare un plauso e tanta ammirazione.

20200218_130643                                             Vittore Crivelli: “Madonna adorante il Bambino ed angeli musicanti” – Tempera su tavola

Il titolo “Rinascimento Marchigiano”, infatti vuole indicare proprio come in questa esposizione si possa vedere essenzialmente una rinascita,. Non solo culturale, dell’intera regione dopo un sisma che ha particolarmente infierito  nelle provincie di Macerata ed Ascoli Piceno provocando danni  superiori a tutte le restanti provincie del centro Italia

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                       Jacobello del Fiore: “Storie di Santa Lucia” – Lucia riceve l’Eucarestia – Lucia trafitta alla gola dal pugnale del boia

La mostra si avvale di un percorso itinerante concepito in tre tappe che hanno preso il via proprio nella zona del cratere, ad Ascoli Piceno presso il Forte Malatesta ed ora prosegue a Roma presso la sede del Pio Sodalizio dei Piceni e si concluderà nell’estate 2020 a Senigallia, sulla riviera adriatica. Le opere esposte come scrivono i due curatori Stefano Papetti e Pierluigi Moriconi, nel bellissimo catalogo: “vanno dal ‘400 al ‘700., alcune dall’alto valore devozionale e non storico-artistico, altre invece dal grande valore storico-artistico. Tra queste crocifissi lignei e vesperbild di ambito tedesco che ancora oggi si trovano all’interno delle chiese come oggetti di culto da parte dei fedeli. Non mancano però nomi importanti come Iacobello del Fiore con la serie delle scene della vita di Santa Lucia provenienti dal Palazzo dei Priori di Fermo, Vittore Crivelli con la Madonna Orante, il Bambino con Angeli Musicanti di Sarnano, Cola da Amatrice di cui spicca la Natività con i Santi Girolamo, Francesco, Antonio da Padova e Giacomo della Marca dalla sacrestia della chiesa di San Francesco ad Ascoli Piceno.”

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Scuola Marchigiana del XVIII sec. “Sportelli di armadio a muro” raffioguranti le tre cvirtù teologali: Fede-Speranza-Carità-, più una quarta (coniagata per l’occasione): Povertà volontaria. Particolari le 5 serrature le cui chiavi erano tenute da 5 diverse persone.

L’obbiettivo della mostra è anche quello di rendere fruibili le opere restaurate da qui in futuro come spiega Pierluigi Moriconi della Soprintendenza dei Beni Architettonici delle Marche e curatore dell’esposizione: “Terminate le mostre le opere che non potranno essere ricollocate nelle loro sedi originali perché crollate o non ancora restaurate, saranno collocate in 8  depositi e li saranno sempre a disposizione del pubblico previo contatto con la Soprintendenza”. Grazie alla presenza di queste opere nella capitale, sarà possibile ammirare una parte del prezioso patrimonio disseminato nel territorio marchigiano che è stato danneggiato dal terremoto, recuperato, portato a nuova vita e con questa mostra reso di nuovo fruibile.

Roma- Pio Sodalizio dei Piceni – Piazza San Salvatore in Lauro fino al 5 luglio 2020 con ingresso gratuito dal lunedi al sabato nelle ore 10,00/13,00 e 16,00/19,00.

Presentate le linee guida della XVII Quadriennale di Roma

A cura della redazione

La prima edizione si svolse nell’anno 1931 e, come per la futura che prenderà il via il prossimo 1 ottobre  2020, fu ospitata nel Palazzo delle Esposizioni. I lunghi percorsi compiuti nelle passate 16 edizioni non sempre sono stati lineari comunque è innegabile che abbiano sempre rappresentato una finestra importante dalla quale intravedere  i maggiori artisti che nei successivi anni avrebbero degnamente rappresentato l’arte italiana tanto in patria che all’estero. Non appena chiusi i battenti della XVI^ edizione, viene reso noto un bando per la nomina del direttore artistico, incarico fino adesso mai nominato, che progetti e realizzi la programmazione culturale nel triennio 2018/2020 in vista proprio della 17^ Quadriennale d’arte. Sul tavolo dell’omonima Fondazione arrivano sette progetti e dopo un’accurata selezione, viene affidato l’incarico a Sara Cusolich che chiama a coadiuvarla nel impegnativo compito e con il preciso incarico di curare l’esposizione, Stefano Collicelli Cagol. Nell’agosto 2019 viene chiamato alla presidenza della Quadriennale Umberto Croppi, già assessore alle politiche culturali di Roma Capitale. Queste le principali direttrici che la 17^ Quadriennale si prefigge nel prossimo quadriennio:

  • Ritornare al suo spirito originario di strumento in cui gli artisti siano al centro della sua attività, coinvolti nella costruzione dei suoi indirizzi e degli eventi prodotti.
  • Diventare un punto di riferimento per il sostegno della produzione artistica e la selezione di talenti, offrendo ad artisti e collezionisti occasioni dirette di incontro.
  • Costruire una rete stabile, a partire dalla prossima mostra di ottobre, di relazioni e coordinamento con le altre istituzioni del contemporaneo, sia pubbliche che private, con le fondazioni, le gallerie, le associazioni, gli studi, le scuole, non solo nell’ambito delle arti visive, ma anche della musica, della danza, del teatro.
  • Consolidare e creare attività di relazioni con istituzioni internazionali, a partire da quelle presenti nella Capitale, con uno sguardo costantemente rivolto alle aree del mondo che costituiscono ormai nodi imprescindibili per la valorizzazione degli artisti.
  • Espandere le azioni di ricerca e studio e diffusione della conoscenza, cooperando con le università, le accademie, gli istituti di formazione, anche attraverso il potenziamento dell’attività editoriale.
  • Essere protagonista dell’unico caso di rigenerazione urbana in corso a Roma con la nuova sede dell’Arsenale Clementino, i cui lavori di ristrutturazione e progettazione sono già in fase avanzata.
  • Diventare uno dei principali punti di riferimento per aziende e fondazioni bancarie, nel potenziare l’utilizzo dell’arte nella cultura d’impresa e nelle politiche di formazione e aggiornamento professionali.
  • Promuovere delle azioni per individuare un partner che consenta un ampliamento delle attività secondo le linee qui definite; avviare una campagna di ricerca di partner minori, a partire dalle singole persone, ma anche costituire una comunità più direttamente coinvolta nella vita della Fondazione; predisporre un piano di membership, con focus immediato la mostra del 2020, che faciliti una raccolta di fondi mirata, in aggiunta alle sponsorizzazioni in senso stretto.

Fra le novità di maggior rilievo, come affermato dalla sottosegretaria On.le Lorenza Bonaccorsi c’è quella che interessa l’Arsenale Clementino a Porta Portese, complesso monumentale che il MiBACT ha destinato alla Fondazione.

Nel prossimo mese di maggio sarà nuovamente convocata una conferenza stampa per rendere noti in maniera dettagliata tutte le caratteristiche che interesseranno questa importante manifestazione.

 

Opere di Jim Dine in mostra al Palazzo dell’Esposizioni dall’11 febbraio al 2 giugno Roma, 2020 –

Testo e foto di Mariagrazia Fiorentino e Donatello Urbani

Non è certo la prima mostra d’arte contemporanea ad essere ospitata nel Palazzo delle Esposizioni; grazie però al suo attuale direttore – Cesare Pietroiusti, – in questi anni  segnati dalla sua gestione, queste si sono notevolmente moltiplicate, per nostra fortuna e di quanti amano l’arte al passo della contemporaneità. Fino al prossimo 2 giugno avremo la bella opportunità di conoscere da vicino l’arte di  Jim Dine, (Cincinnati, USA, 1935 – un americano appassionato dell’Europa e amante di Roma -), in una mostra che accoglie circa 80 opere promossa da Roma Capitale – Assessorato alla Crescita culturale, ideata e organizzata dall’Azienda Speciale Palaexpo e curata da Daniela Lancioni.

20200210_110345_001                                                                                                        Harvest (Recolte) 1984

Si tratta di un’ampia mostra antologica realizzata in stretta collaborazione con un artista che in più di mezzo secolo ha esplorato tecniche e soggetti,  dove un esaustivo apparato iconografico restituisce la memoria visiva dei celebri happening raccontati dalla voce dello stesso Jim Dine. Una selezione di video interviste, infine, permetterà di familiarizzare con la figura dell’artista.

20200210_114525                                                                                                     Long Island Landscape – 1963

Come ha tenuto a precisare il Direttore Pietroiusti:”Il Palazzo delle Esposizioni presenta uno dei maggiori protagonisti dell’arte americana, il cui lavoro, radicale e innovativo, ha avuto un grande impatto sulla cultura visiva contemporanea, in particolare su quella italiana degli anni Sessanta. Nonostante la sua popolarità, Jim Dine rimane un artista difficilmente catalogabile in virtù soprattutto della sua volontà d’indipendenza e del suo rifiuto a identificarsi nelle categorie della critica, della storia dell’arte e del mercato. Sono esemplari l’autonomia e la libertà con le quali da sempre si rapporta al panorama dei valori accertati”.

20200210_113934                                                                                                             Head – 1959

Il percorso espositivo è stato ordinato secondo un criterio prevalentemente cronologico e distribuito nelle sei sale che coronano la hall centrale. I primi lavori sono piccoli dipinti su tela e acquarelli datati 1959,in ciascuno dei quali campeggia una testa isolata dal corpo (Head). Lo stesso soggetto è presente nell’ultima sala a conclusione della visita ingigantito in un dittico del 2016 (Two Large Voices Against Everything).

20200210_114256                                                                                                            Shoe – 1961

Segue un focus dedicato agli happening. Per la realizzazione di questa sezione, scrivono i curatori della mostra, “è stata condotta un’approfondita ricerca delle fonti iconografiche negli archivi che detengono le immagini dei maggiori fotografi attivi negli anni Cinquanta e Sessanta sulla scena artistica downtown di New York: Robert R. McElroy, Fred W. McDarrah e Peter Moore.

20200210_115019_001                                                                                                       Black Venus – 1951

Le immagini fotografiche reperite sono esposte insieme a un commento audio appositamente registrato dall’artista per la mostra romana”. Ampio spazio nelle sale successive è stato dedicato ai dipinti datati tra il 1960 e il 1963, attraverso i quali è offerta la possibilità di familiarizzare con i temi noti dell’arte di Dine, dagli strumenti di lavoro, recuperati nella ferramenta del nonno, alla tavolozza del pittore  e gli indumenti di lavoro. Il fil rouge è il colore che si trasforma in diverse metamorfosi.

20200210_114802                                                                                              A Thin Kindergarten Picture – 1974

Proseguendo nel percorso s’incontrano alcune opere considerate i suoi capolavori, come Window with an Axedel 1961, Black Shoveldel 1962, Four Roomsdel 1962,costituito da quattro grandi tele e da elementi dislocati nello spazio, e Two Palettes in Black with Stovepipe (Dream)del 1963. Significativi, inoltre, cinque degli otto lavori presentati alla Biennale di Venezia del 1964, presenti circa a metà del percorso espositivo.

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Un’intera sala è stata dedicata ai noti Cuori di Jim Dine mentre in una successiva è presente il grande cuore di paglia (Straw Heart) insieme alla mano verde (Green Hand). Nell’ultima delle sei sale intorno alla  del Palazzo delle Esposizionisarà si trova esposta Black Venus del 1991 (scultura derivata dal modello della Venere di Milo,cui Jim Dine lavora a partire dalla fine degli anni Settanta) e altre opere diversamente riconducibili a modelli dell’arte del passato.

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La mostra proseguirà con una selezione di opere degli anni più recenti e terminerà con una folla di Pinocchi, sculture in legno realizzate a partire dai primi anni Duemila. Scrivono in proposito i curatori: “… questa reiterata presenza svelerà la predilezione di Jim Dine per il personaggio di Carlo Collodi, creatura meravigliosa portatrice dell’antica metamorfosi dell’inanimato che prende vita”. La rassegna è accompagnata da un catalogo edito da Quodlibet costo €.28.00 pagine 304. Attività collaterali affiancheranno la mostra: concerti, conferenze, rassegna cinematografica, laboratori e visite guidate bilingue anche per non vedenti e molto altro.

Roma:Palazzo delle Esposizioni, via Nazionale 194 fino al 2 giugno2020 con orari:domenica, martedì, mercoledì e giovedì: dalle 10.00 alle 20.00; venerdì e sabato: dalle 10.00 alle 22.30; lunedì chiuso Informazioni e prenotazioni: Singoli, gruppi e laboratori d’arte tel. 0639967500; www.palazzoesposizioni.it Biglietti:intero€12,50; ridotto€10,00.

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Area Contesa – Un’importante area espositiva in via Margutta 90 – Roma

Redazione – Foto Giorgia Lattanzi

Il toponimo della via è assai incerto. Alcuni accademici credono che l’etimologia provenga dalla contrazione volgare di “Marisgutia”, cioè “Goccia di Mare”, eufemismo gratificante di un fetente ruscello che dalla villa dei Picini scendeva e finiva nel Tevere, una cloaca naturale insomma. Altri cronisti, recentemente, sostengono che il nome derivi dalla famiglia Marguti: in effetti, dal censimento del 1526, risulta che un tal Luigi Marguti, di professione barbiere, abitasse in questa strada. Via Margutta, all’origine, era soltanto il retro dei palazzi di via del Babuino, dove erano i magazzini e le scuderie per il posteggio delle carrozze e dei carretti. Sulle pendici della collina, piccole case di stallieri, muratori, marmisti, cocchieri e nel viottolo l’attività degli operai aveva maggior spazio che non nei cortili gentilizi dei palazzi.

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Oggi questa via è ancora uno dei punti più caratteristici e vivi per l’arte a Roma. Uno spazio molto vivace è “Area Contesa”. Ecco cosa dicono le fondatrici, le  due sorelle Zurlo : “Gli spazi di area Contesa Arte sono poliedrici e predisposti ad ospitare diverse forme di espressione artistica. I percorsi principali in ambito concettuale sono due: quello delle arti tradizionali, “evoluzione dell’arte”e quello delle arti applicate, “metamorfosi creative, ma all’interno di questi due itinerari possiamo trovare molteplici e diverse forme d’espressione: opere pittoriche, sculture, grafica, fotografia, design d’autore e cibo d’autore. Artisti e creativi contemporanei hanno la possibilità di esporre in questa galleria.

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Il regista Federico Fellini abitava, insieme alla moglie Giulietta Masina, in questa via. In questi giorni è in corso una mostra dedicata al centenario della nascita di Fellini, genio indiscusso del cinema italiano. Ho selezionato per voi due scatti di opere esposte che restituiscono in termini poetici il clima onirico e realistico che il cinema felliniano ha costituito.

Rivista ZEUSI

Testo e foto di Mariagrazia Fiorentino

E’ stata presentata il 30 gennaio u.s. a Roma presso Palazzo Firenze la rivista “ZEUSI” – Linguaggi contemporanei di sempre. ZEUSI è una rivista semestrale d’arte e cultura contemporanea prodotta dall’Accademia di Belle Arti di Napoli, redatta dal suo Istituto di Storia dell’Arte ed edita da Arte’m. Intitolata al leggendario pittore greco, vissuto nella seconda metà del V sec. a.C., è una piattaforma critica e creativa aperta a quanti, tra storici dell’arte, artisti, architetti, esperti di cinema, scrittori, filosofi, giornalisti e studiosi di varia formazione hanno il desiderio di dare un profilo estetico e intellettuale al nostro tempo. Una rivista elegante che ha il merito di non essere cestinata dopo averla letta o sfogliata ma, conservata anche per la bellezza del volume che racchiude nelle sue pagine una comunicazione colta, estetica-filosofica. Il leggendario pittore greco Zeusi è il nume tutelare della rivista, perché, come narra l’antico mito, gli acini d’uva da lui dipinti ingannarono anche gli uccelli che tentarono di beccarli: Zeusi simboleggia quindi la potenza dell’illusione e il mistero dell’arte, di tutte le arti di ogni tempo. La rivista è in vendita presso librerie, musei, biblioteche, Università e Accademie di Belle Arti.

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VISIONAREA ART SPACE PRESENTA LIAO PEI LA PRIMA MOSTRA ITALIANA DELL’ ARTISTA CINESE TRA LE PIÙ SEGUITE SULLA SCENA INTERNAZIONALE

Roma – Auditorium della Conciliazione fino al 5 marzo 2020 –

Testo e foto di Mariagrazia Fiorentino e Donatello Urbani

Le opere  di Liao Pei catturano lo spazio come una costellazione omogenea e orchestrale…. frammenti fluidi che galleggiano nel bianco amniotico della galleria. Sono il taglio della nostra attuale società, di quella borghesia abituata a lavorare in silenzio. Gianluca Marziani, uno dei due curatori dice: ”L’idea è di portare alcuni artisti che rappresentino l’attività artistica cinese”. Liao Pei dipinge volti, corpi, spiriti, fantasmi, anime… ogni quadro racchiude idealmente tutte queste identità ma nessuna supera le altre per evidenza figurativa.

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Il fantasma diventa solido, il volto cattura l’evanescenza, l’anima trattiene qualcosa del corpo, lo spirito poggia i piedi al suolo: ogni apparizione pittorica è il senso di un controsenso, le semplici categorie si sfaldano, gli stati fluttuanti della materia trasformano la narrazione lineare e il suo contenuto simbolico. Commenta il Prof. Avv. Emmanuele Francesco Maria Emanuele, Presidente della Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale: «Con Liao Pei prosegue il focus sull’arte cinese di nuova generazione, quella finora sconosciuta in Italia ed in Europa, che si propone d’inaugurare un nuovo dialogo con l’Oriente, parallelo a quello di natura economica o diplomatica intrapreso dal nostro Paese, ma non per questo meno efficace, in quanto sicuramente con risvolti in campo sociale di portata universale. Ciò, nel segno del percorso da sempre intrapreso dalla Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale, che vede nell’osmosi fra le culture lo strumento privilegiato per un proficuo e costruttivo confronto, nonché per il superamento, attraverso la conoscenza, dei conflitti e la caduta di barriere ed ostacoli alla comprensione reciproca.».

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Le ombre, i corpi, i volti liquidi in una delle artiste contemporanee cinesi. Questa è Liao Pei!

Conversation Piece / Part VI – La realtà è ciò che non scompare quando smetti di crederci. – Mostra di artisti contemporanei di passaggio a Roma

Testo e foto di Donatello Urbani

La mostra “Conversation Piece / Part VI – La realtà è ciò che non scompare quando smetti di crederci”, curata da Marcello Smarrelli e allestita negli spazi espositivi romani della Fondazione Memmo, Scuderie di Palazzo Ruspoli, presenta opere realizzate da artisti stranieri presenti temporaneamente a Roma che gli stessi artisti dedicano ai colleghi italiani con l’intento d’invitarli, come dice il titolo, a conversare con loro. La mostra, come ha affermato il curatore, oltre a rappresentare un’occasione di confronto e di dialogo con Roma, si offre come momento di discussione tra personalità artistiche differenti tra loro nell’intento di far convergere energie, saperi e metodi diversi in un unico evento espositivo. Protagonisti dell’esposizione sono Corinna Gosmaro (artista, CRT Italian Fellowship in Visual Arts presso l’American Academy in Rome) Philippe Rahm (architetto, borsista presso l’Accademia di Francia – Villa Medici nel 1999/2000 e attualmente residente a Roma) e Rolf Sachs (artista e designer svizzero, che ha da poco stabilito il proprio studio a Roma).

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La mostra, nata da una serie di conversazioni del curatore  con Philippe Rahm (Pully – Svizzera, 1967) e dalla sua ricerca tra architettura, arte e design (che l’autore stesso indica come vicina alle teorie del “nuovo realismo”), testimonia, anche attraverso le opere degli altri artisti coinvolti, una fiducia negli oggetti come possibili agenti di cambiamento.

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Rahm, noto per le sue innovative teorie sull’architettura, in linea con i principi della termodinamica, presenta Climatic Apparel, due capi d’abbigliamento unisex, due prototipi di quella che l’artista definisce “moda del Nuovo realismo”. I due abiti – realizzati in collaborazione con la socia Irene D’Agostino e con il brand francese About a Worker – capaci di reagire alle condizioni atmosferiche, richiamano il tema dei cambiamenti climatici, campo di ricerca dell’artista da diversi anni.

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Corinna Gosmaro (Savigliano – Italia, 1987) sperimenta come il dato reale possa costituire il senso più profondo di un’opera d’arte attraverso l’installazione Aria calda. In un perimetro delimitato da un tappeto rosso sono esposte due tipologie di lavori: dipinti realizzati su filtri per l’aria e sculture prodotte con dei corrimani in ottone.

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Spiazzante e non privo d’ironia, scrive il curatore, l’intervento di Rolf Sachs (Losanna – Svizzera, 1955), che presenta opere realizzate a partire da oggetti di uso quotidiano o elementi naturali, trasformati e riassemblati, capaci di manifestare lo spiccato interesse dell’artista per la componente manuale e la sperimentazione sui materiali.

Roma – Fondazione Memmo, via Fontanella Borghese 56/b, fino al 22 marzo 2020. Orario: tutti i giorni dalle 11.00 alle 18.00 (martedì chiuso). Ingresso libero

 

Il restauro della Basilica ipogea degli Statili a Porta Maggiore

Testo e foto di Donatello Urbani

“La Basilica sotterranea di Porta Maggiore è, nelle parole della Soprintendente Daniela Porro, uno dei luoghi più magici e intrisi di mistero di Roma”. Infatti  a partire dalla sua scoperta avvenuta casualmente nel 1917 nel corso dei lavori di costruzione del viadotto ferroviario di Roma Termini, agli ultimi interventi di restauro e conservativi voluti e finanziati dalla Fondazione Svizzera Evergète, tutto appare come improntato alla casualità. Costruita nel I^ secolo a.C. dalla famiglia degli Statili, legata all’imperatore Ottaviano Augusto,  volutamente ipogea, cioè sottoterra, è un monumento unico nel suo genere per la ricchezza delle decorazioni a stucco e mosaico.

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Tanto per le decorazioni che il suo essere ipogea e destinata alla sepoltura della “gens” della famiglia, è stata ritenuta sede di culti misterici. Questa ipotesi potrebbe essere avvalorata dalle vicende che hanno coinvolto un importante componente della famiglia: Tito Statilio Stauro, seguace di culti misterici e vicino agli ambienti del Neopitagorismo romano, che adibì la basilica a luogo di ritrovo e ritenuto, per questa nuova destinazione, il rinnovatore delle decorazioni  a stucco che ornano le tre navate.

digIl bianco avvolgente delle decorazioni e degli stucchi presenti negli ambienti, in particolare il grande abside centrale, ci dicono del suicidio della poetessa Saffo nelle acque di un mare evocato dalle tracce blu che rivestono la parete dell’abside, unica nota di colore insieme alla fascia rossa che circonda tutte le pareti. Saffo comunque sarà accolta nell’aldilà da una Vittoria con una palma in mano, inviata da Apollo e testimone di un passaggio dalla vita materiale ad una spirituale presente nella filosofia neopitagorica, come precisato dalla Soprintendente Daniela Porro.

dig I culti che lì si svolgevano furono dichiarati fuori legge nel 52 d.C. dall’Imperatore Claudio che esiliò anche i cosi detti “matematici” e tra questi i neo pitagorici. Da questo clima d’intolleranza giunse allora il pretesto per la denuncia di superstizione a Tito ed il suo conseguente suicidio per non subire l’onta del processo, forse gettandosi  in mare, come immortalato negli stucchi. L’ipogeo a Porta Maggiore, fu abbandonato anche a causa della decadenza della gens Statilia, che forse costituì per il potere imperiale una minaccia concreta, è così cadde nell’oblio fino alla sua casuale riscoperta.

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I lavori di restauro e conservativi finanziati dalla Fondazione Evergète hanno, al momento, interessato la parete della navata sinistra e comunque proseguono per restituire, in un prossimo futuro, la piena fruibilità dell’intero complesso al momento visitabile solo su prenotazione telefonica al n. 06.3996.7702.

digMaggiori informazioni sulle aperture al pubblico www.coopculture.it

Immaginaria – Logiche d’arte in Italia dal 1949 – Terni, Palazzo Montani Leoni

Testo ne foto di Mariagrazia Fiorentino e Donatello Urbani

La rassegna allestita nella affascinante sede ternana della Fondazione Carit – Cassa di Risparmio di Terni e Narni –, per l’occasione magistralmente restaurata, nella parole del curatore Prof. Bruno Corà: “….propone una riflessione sulle esperienze artistiche di maggiore incisività avvenute in Italia dall’immediato dopoguerra del secondo conflitto mondiale fino all’avvento della cosiddetta condizione postmoderna, dell’era informatica e dell’avvio della globalizzazione, in un’attenta ricognizione di compagini artistiche aderenti a movimenti o indirizzi estetici condivisi”.

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Afro: “La comare” – 1950                                                                                             Lucio Fontana: “Concetto spaziale” – 1958

In questa ottica il percorso espositivo vuole dar conto delle produzioni pittoriche e plastiche di rilievo che nella seconda metà del Novecento si sono imposte a livello nazionale e internazionale, indicando al contempo le aperture sulle culture visive di altri paesi.  Opere importanti di artisti quali Fontana, Burri, Capogrossi, Afro, Cagli, Colla, Dorazio, Accardi, Rotella, Lo Savio, Uncini, Schifano, Manzoni, Castellani, Agnetti, attivi negli anni Sessanta-Settanta, ma anche di Kounellis, Merz, Fabro, Boetti, anch’essi presenti negli stessi anni insieme ad artisti come Spagnulo, Gastini, Carrino, De Dominicis, Alfano e numerosi altri, sono fedeli testimoni delle tendenze artistiche presenti in Italia fino al ritorno alla pittura degli anni Ottanta.

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Enrico Baj: “Generale con il suo aiutante di campo” –  1959                                                          Franco Angeli: “Senza titolo” – 1960

Ognuno di tali artisti ha espresso la propria ‘logica’ ideativa e formativa dell’opera sottolineando fortemente la propria individualità, aspetto saliente nell’arte contemporanea e ancor più di quella maturata dal dopoguerra in Italia.  La mostra anche non presumendo di poter rispecchiare totalmente il complesso tessuto artistico generatosi nel nostro Paese nel corso di oltre mezzo secolo procede in modo esemplare esponendo per lo più singoli pronunciamenti linguistici distintivi di altrettante poetiche.

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Mimmo Rotella: “Il cavaliere rosso” – 1963                                                                                         Mario Merz: “Senza titolo” – 1981

La mostra Immaginaria, Come scrive il curatore “…è dunque rivolta simultaneamente tanto al riscontro ‘storico’ di singole esperienze, definitivamente compiute, quanto a voler cogliere gli elementi distintivi di ogni singola logica pittorica e plastica manifestatasi”. Una mostra assolutamente da non perdere per l’importanza e culturale che riveste in tutte le sue sfacciettature.
Sussidi e apparati di carattere storico critico che accompagnano i visitatori lungo tutto il percorso artistico sono presenti nel prezioso catalogo edito per l’occasione dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Terni e Narni, il cui costo – €.20,00 – sarà interamente devoluto all’Associazione Società San Vincenzo dé Paoli – Consiglio Centrale di Terni per l’Emporio dei Bambini.

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Hidetoshi Nagasawa: “Visione di Ezrchiele” – 1990         Nuvolo (Giorgio Ascani). “Senza titolo (Genesi) – 1992

Per molti, come afferma il Presidente della suddetta Fondazione Prof. Luigi Carlini:”….sarà anche l’occasione per scoprire il contenitore dell’esposizione, il prezioso palazzo Montani Leoni, nel cuore di Terni. Il palazzo, com’è testimoniato dall’iscrizione sul portale d’ingresso sul retro, risale al 1584. Nella seconda metà dell’Ottocento, a seguito di un intervento urbanistico che portò alla apertura della Strada Nuova, l’edificio subì un profondo riassestamento. L’attuale aspetto, con la bella facciata, opera dell’architetto Benedetto Faustini, è frutto di quell’intervento che coinvolse anche diverse sale del piano nobile, decorate prevalentemente tra il 1887 e il 1913, pur preservando dipinti risalenti al primo impianto del palazzo”.

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Collezione CARIT: Francesco Guardi: “Veduta veneziana”                    Nicolò di Liberatore, detto l’Alunno:”Annunciazione della Vergine”

L’interesse culturale insito nella visita di questa rassegna trova anche un’ulteriore opportunità nella visita, da richiedere alla suddetta Fondazione, alla collezione permanente di opere d’arte di proprietà della Fondazione Carit, anch’essa allestita nelle prestigiose sale del piano superiore del Palazzo Montani Leoni.

Terni – Palazzo Montani Leoni – Corso C. Tacito, n.49 fino al 1 marzo 2020 nei giorni di Venerdi, Sabato e Domenica dalle ore 10,00 alle 18,00 con ingresso GRATUITO.

Prato – Dopo Caravaggio. Il Seicento napoletano nelle collezioni di Palazzo Pretorio e della Fondazione De Vito.

Testo e foto di Mariagrazia Fiorentino e Donatello Urbani

Confronti fonte di polemiche. Per molti anni è stato un dogma osservato e rispettato da tutti i cultori delle arti visive che nel corso degli anni è venuto a cadere. Oggi è una strada maestra da percorrere nella ricerca di approfondimenti e spunti critici. Su questa linea si muove la mostra allestita all’interno del Palazzo Pretorio di Prato, fino al prossimo 13 aprile, dal titolo “Dopo Caravaggio. Il seicento napoletano nelle collezioni di Palazzo Pretorio e della Fondazione De Vito” che pone in un confronto diretto, una di fronte all’altra, due importanti collezioni di artisti “caravaggeschi”, operanti sul Regno delle Due Sicilie, è assolutamente da non mancare.

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Due olio su tela di Giavan Battista Caracciolo dello Battistello. Destra:”San Giovanni Battista Fanciullo”  – Sinistra:”Noli me tangere”

Lungo il percorso espositivo che pur non essendo un’esposizione sulla pittura napoletana del Seicento, si possono ammirare 22 tele – tre di proprietà del Comune di Prato che sono parte dell’interessante Pinacoteca Comunale presente nel bellissimo edificio, e n.19 facenti parte della collezione De Vito, gestita dall’omonima Fondazione, molte delle quali “mai viste”, come ha dichiarato nel corso della conferenza stampa, il suo Presidente, Giancarlo Lo Schiavo. Scrivono in proposito i curatori: “Il periodo preso in considerazione dalla mostra è quello del “dopo Caravaggio”, dagli inizi del naturalismo napoletano, che fa in Battistello il primo e più coerente interprete e trova un impulso determinante nella presenza  a Napoli dal 1616 dello spagnolo Jusepe de Ribera, per giungere, attraverso le declinazioni aggiornate sul classicismo romano bolognese e sulle correnti pittoriche neovenete di artisti come Massimo Stanzione e Bernardo Cavallino, a Mattia Preti, protagonista della scena artistica partenopea di metà secolo insieme a Luca Giordano, sulle loro opere già improntate al linguaggio barocco matureranno ormai alle soglie del Settecento artisti come Nicola Malinconico, con il quale si chiude il percorso”.

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Mattia Preti: Bozzetto “San Marco Evangelista” – Destra Particolare del piede con sei dita che non comparirà nella opera finita

La mostra, pur non esponendo un nucleo di dipinti numeroso, è di grande qualità. Sorprende, come scrivono sempre i curatori, quanto: “….la bellezza non scontata della narrazione, cruda e sofisticata che sia, metta a nudo l’anima degli artisti che furono a Napoli i primi interpreti del naturalismo caravaggesco e degli altri che successivamente si mostrarono pronti a rielaborarne il linguaggio in forme più orientate verso il classicismo e il barocco”. Da non trascurare anche gli elaborati presenti nel bel catalogo edito da Claudio Martini Editore curato da Nadia Bastogi e Rita Iacopino – pagine 192 costo €.25,00 – impreziosito da splendide tavole a colori ed interessanti apporti scientifici curati da specialisti di arti visive, fra i quali, di grande interesse, la narrazione delle vicende, storiche e personali, che sono alla base della formazione di queste due interessanti collezioni: Comunale e Fondazione De Vito. Nota a margine il grande interesse turistico che offre la città di Prato che conserva all’interno del Duomo opere d’arte, pittoriche e scultoree, di notevole interesse.

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Francesco Fracanzano: “Loth e le figlie”                                                                                         Nicola Malinconico: “Il Buon Samaritano”

Prato – Palazzo Pretorio – Mostra “Dopo Caravaggio. Il seicento napoletano nelle collezioni di Palazzo Pretorio e della Fondazione De Vito” fino al 13 aprile 2020, tutti i giorni, eccetto i martedi, purché non festivi, dalle ore 10,30 alle 18,30. Biglietto d’ingresso Museo e Mostra, intero €.10,00, ridotto €.8,00. Informazioni, anche per le gratuità previste, sul sito www.palazzopretorio,prato.it – tel.+39.0574.24112 – e.mail museo.palazzopretorio@comune.prato.it, – prenotazioni.museiprato@coopculture.it