Io sono Mia – Nelle sale dal 14 al 16 gennaio prima di approdare a febbraio in prima serata su Rai1 dopo Sanremo e on-line su Rai Play

Testo e foto di Mariagrazia Fiorentino e Donatello Urbani

Se dovessi identificare le sorelle Bertè, unite non solo per il vincolo familiare ma anche artistico, con una delle loro tante interpretazioni canore non avrei dubbi nello scegliere per Mia Martini “Minuetto”, sulle orme di Franco Califano che scrisse il testo proprio per lei, mentre per Loredana la scelta presenta molte difficoltà con una forte opzione per “Sei Bellissima” nel ricordo tutt’ora indelebile della bella Loredana agli inizi della carriera.

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La pellicola “Io sono Mia” che propone la storia di Mia Martini: un’artista dalla voce inimitabile, in parallelo con quella di una “donna appassionata che ha amato fino in fondo con ogni fibra del suo essere”, come scrivono di lei, termina con la sua scomparsa avvenuta 24 anni fa. Mentre per le interpretazioni canore abbiamo un ampia  e puntuale documentazione, la ricostruzione di quelle personali, in parte, sono legate alle cronache dell’epoca, con qualche ritocco fantasioso per dare interesse alla vicenda, in parte dipendono anche dai ricordi della sorella, qui in veste di consulente insieme alla sorella Olivia. Siamo a Sanremo per l’edizione del Festival della Canzone Italiana del 1989. Mia Martini (Serena Rossi)  rientra nel mondo della musica leggera dopo anni di assenza proponendo il pezzo che Bruno Lauzi le ha offerto “Almeno tu nell’Universo”.

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Sai la gente è strana prima si odia poi si ama” è la prima strofa di una sua canzone che riflette anche quella della sua nuova vita che nel film é ripercorsa in una intervista rilasciata alla giornalista Sandra (Lucia Mascino). Si parte dall’amore per la musica leggera di Mimì, così è conosciuta Mia in famiglia. Un amore caratterizzato da un rapporto complesso con il padre che, pur amandola, la ostacola in questa sua passione fino a farle male e segnare anche il suo destino sentimentale. Ai difficili inizi caratterizzati da un’impronta bohémienne, succedono i primi importanti successi giunti dopo la vittoria al Festivalbar del 1972 con “Piccolo Uomo”, in Francia la posero in parallelo con Edith Piaf , per giungere al marchio infamante di iettatrice “che le si attacca addosso come la peste condizionando la sua carriera con alti e bassi vertiginosi e il buio, della nuova dimensione di vita più pacificata”.

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Una vita intensa e una personalità sincera e autentica, come è stato scritto su quella di Mia Martini, che ha saputo tenere testa a pregiudizi emarginanti e che non ha voluto scendere a compromessi, neppure nella vita sentimentale, pagando a duro prezzo le proprie scelte artistiche e personali. Una pellicola che propone un racconto umano e attuale e assesta un pugno in faccia alle maldicenze e ai troppi pregiudizi presenti nella nostra società ed in particolare nel mondo dello spettacolo. Significative, a conclusione della conferenza stampa, le parole della sorella Loredana: “Ora grazie a questo film Mimì rivive, anche se dentro di me e dentro il cuore dei suoi fan non è mai morta e non lo sarà mai.”

Una Notte di dodici anni – In programmazione dal 10 gennaio.

Mariagrazia Fiorentino – Donatello Urbani

Una notte lunga quanto la prigionia scontata da tre Tupamaros uruguaiani nelle peggiori carceri del paese. Da oltre un anno, settembre 1973, la guerriglia dei Tupamaros è stata annientata; l’Uruguay è sotto lo stretto controllo di una dittatura militare che si arroga il diritto d’imprigionare e torturare quanti avevano fatto parte delle bande rivoluzionarie armate, uccidevano senza guardarli negli occhi come se fossero fantasmi.

dba21321-b8ee-4d89-beb2-06b192fc3424Il regista Alvaro Brechner insieme a due interpreti: Antonio De La Torre (Josè “Pepe” Mujica) e Alfonso Tort (Eleuterio Fernamdez Huidobro)

Una notte di autunno, nove prigionieri sono prelevati dalle loro celle, nell’ambito di un’operazione militare segreta che durerà 12 anni, per essere trasferiti in varie carceri sparse nel Paese per assoggettati a un macabro esperimento: una nuova forma di tortura mirata ad abbattere le loro capacità di resistenza psicologica. L’ordine dell’esercito confermato dalle parole di un ufficiale è chiaro: “Visto che non possiamo ammazzarvi, vi condurremo alla pazzia.” Il film è basato sulle testimonianze di come tre di loro siano riusciti a sopravvivere a tante brutalità scritte nel libro da, Mauricio Rosencof, scrittore e poeta di fama, già assessore alla cultura del Comune di Montevideo insieme ad Eleuterio Fernández Huidobro, ex Ministro della difesa, in cui narrano le loro esperienze vissute insieme a José “Pepe” Mujica, ex Presidente dell’Uruguay. Il film rappresenta un valore storico e sociale incalcolabile.

Discreto Continuo – Alberto Bardi. Dipinti dal 1964 al 1984 Una grande mostra antologica al Casino dei Principi di Villa Torlonia per ricordare l’artista e l’uomo di cultura

Testo e foto di Donatello Urbani

Il centenario della nascita di Alberto Bardi, uomo di cultura a tutto tondo, viene ricordato nella sua città d’adozione, Roma, con una mostra al Casino dei Principi di Villa Torlonia, visibile fino al 31 marzo 2019 dal titolo “Discreto Continuo – Alberto Bardi. Dipinti 1964 – 1984”. E’ questa  la prima grande antologica che la città di Roma dedica al pittore, dopo quella realizzata nel Museo di Roma in Palazzo Braschi nel 1985, l’anno seguente alla sua scomparsa. In mostra oltre settanta opere, tra le più rappresentative della lunga attività dell’artista, che iniziò ad avvicinarsi alla pittura sin da giovane, affiancando la carriera di pittore alla sua attività politica e di uomo di cultura.

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Per comprendere a fondo le opere di questo artista è necessario partire dalla sua vicenda politica che lo vide figura di primo piano nella guerra di liberazione dal nazifascismo. Ci dicono i suoi cronisti: “L’8 settembre del 1943 Bardi si unì alle prime formazioni partigiane, assumendo il comando dell’8^  brigata Garibaldi, con il nome di “Falco”. In seguito, prese il comando della 28^ Brigata GAP “Mario Gordini”, con cui nel dicembre del ’44 guidò la liberazione di Ravenna, al fianco di Bulow, nome di battaglia di Arrigo Boldrini. Alla fine della guerra, si riavvicinò alla sua prima grande passione, la pittura, frequentando lo studio di Teodoro Orselli e iniziando la collaborazione con l’Accademia delle Belle Arti di Ravenna, di cui divenne uno degli insegnanti. Ben presto fu trasferito a Terni, Faenza e infine a Venezia, dove entrò in contatto con l’ambiente artistico della città, frequentando, tra gli altri, Emilio Vedova, Armando Pizzinato e Giuseppe Santomaso. Nel 1961 si trasferì stabilmente a Roma e iniziò a frequentare la Casa della Cultura di cui, a partire dal 1967, divenne Direttore, mantenendo questo incarico fino alla morte, il 29 luglio 1984. Sotto la sua guida, la Casa della Cultura fu un grande centro di riferimento del dibattito intellettuale internazionale, grazie al quale Bardi entrò in contatto con le tendenze artistiche della Capitale, incontrando personaggi come Gastone Novelli, Giulio Turcato e soprattutto Achille Perilli e il critico d’arte Nello Ponente”.

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Partendo proprio da queste note biografiche inizia il percorso espositivo di questa mostra allestita al Casino dei Principi di Villa Torlonia. I primi anni sessanta in cui Bardi muove i primi passi, sono anni di grande interesse artistico in Italia e fedele a  queste tendenze, dopo le prime esperienze figurative, la sua ricerca si pone, come scrivono i curatori: “A metà degli anni Settanta, Bardi passò a una pittura più gestuale, in cui le figure si scompongono e le pennellate si fanno più rapide e aggressive, per passare poi, verso la fine del decennio, a un ulteriore cambiamento in senso strutturalista; una pittura astratto-geometrica, basata sulla proiezione di forme essenziali e di colori riportati alla loro funzione primaria, entrando in una nuova fase, considerata dalla critica la più interessante e affascinante, ossia quella delle textures ottenute con un procedimento innovativo, attraverso un sistema di matrici castellate”.

davPreziosa in proposito è la ricostruzione del suo atelier che offre un prezioso contributo alla lettura delle opere che vi erano prodotte alla stregua di quanto offrono, esposti per la prima volta, alcuni dipinti su fogli di giornale (soprattutto L’Espresso), realizzati da Bardi nella seconda metà degli anni ’60. Sono pennellate rapide, di getto, nel tentativo di sintetizzare colori, gesto e istinto creativo. Chiude la mostra un’ampia documentazione fotografica, relativa agli anni in cui l’artista ricoprì il ruolo di Direttore della Casa della Cultura di Roma.Il catalogo della mostra, curato da Claudia Terenzi, è pubblicato dalla casa editrice 900 Libri con l’art direction di Riccardo Pieroni.

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Roma Musei di Villa Torlonia, Casino dei Principi, via Nomentana 70, Roma, fino al 31 marzo 2019 con orario da martedì a domenica ore 9.00-19.00.  Biglietto d’ingresso al Casino Nobile e Mostra presso il Casino dei Principi € 8,00 biglietto intero per i residenti a Roma; € 7,00 biglietto ridotto per i residenti a Roma; € 9,00 biglietto intero per i non residenti a Roma; € 8,00 biglietto ridotto per i non residenti a Roma. Biglietto unico integrato Casina delle Civette, Casino Nobile e Mostra presso il Casino dei Principi € 10,00 biglietto “integrato” intero per i residenti a Roma; € 8,00 biglietto “integrato” ridotto per i residenti a Roma; € 11,00 biglietto “integrato” intero per i non residenti a Roma; € 9,00 biglietto “integrato” ridotto per i non residenti a Roma. Ingresso con biglietto gratuito per le categorie previste dalla tariffazione vigente. Ingresso gratuito per i possessori della MIC Card.Info Mostra 060608 www.museivillatorlonia.it; www.museiincomune.it

Il Colosseo si racconta: Esposizione permanente sulla storia dell’anfiteatro Flavio.

Testo e foto di Donatello Urbani

Mentre mi accingevo a scrivere questo resoconto la cronaca aveva registrato, pochi giorni fa, l’ennesimo episodio di teppismo e insensibilità culturale, vittima il Colosseo. Se la bella iniziativa inaugurata il 21 dicembre scorso dalla Sovrintendente al Parco Archeologico del Colosseo, dott.ssa Alfonsina Russo, rivolta ad istituire un percorso museale permanente per divulgare la conoscenza di questo monumento avesse avuto qualche detrattore di fronte a simili inaugurazioni sarebbero tutte miseramente cadute.

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L’intera iniziativa è rivolta proprio a responsabilizzare il grande pubblico sul rispetto dei beni culturali e per questo sono state sensibilizzate, ottenendone una  preziosa collaborazione,  due importanti istituzioni: l’Istituto Archeologico Germanico di Roma e l’Università di Roma Tre. Ulteriore benemerenza, in termini di gestione dell’intero monumento, è offerta dal recupero, dai tanti depositi, di reperti archeologici giacenti nei vari depositi per portarli alla pubblica conoscenza e fruibilità. Per l’occasione tutte le didascalie, oltre ad avere la solita presentazione in italiano e inglese riportano l’iscrizione anche in cinese/mandarino che, al momento, è la lingua parlata sul pianeta, sia pure quasi in forma esclusiva all’interno del territorio nazionale.

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Il percorso espositivo allestito nel secondo anello è stato suddiviso in varie sezioni. Ognuna di queste racconta insieme alla presentazione di reperti archeologici anche le ricostruzioni di macchinari utilizzati quali pulegge, carrucole e quant’altro, sia nella costruzione che nell’orinaria gestione, quali gli ascensori per portare sull’arena tanto gli animali quanto i gladiatori. Le varie fasi della complessa quanto articolata vita di questo monumento sono dettagliatamente descritte a partire della costruzione muraria fino alla sua presentazione attuale come attrattiva turistico/culturale. In fondo fu voluto proprio per offrire al grande pubblico momenti di svago e relax che nel corso dei suoi duemila anni di storia con le tante variegate vicende partendo proprio da quelle storiche, per giungere a quelle religiose, sociali, e culturali. Di grande interesse quelle relative ai giochi ed ai passatempo  che sia i romani, residenti oppure i  tanti sudditi dell’impero di passaggio, avevano adottato e fatti propri.

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Nel corso delle lunghe attese e gli altrettanto lunghi intervalli fra uno spettacolo e l’altro, che avevano la caratteristica di prolungarsi per un’intera giornata, alcuni spettatori hanno immortalato le loro impressioni scolpendole sui sedili o su una latra di marmo. Interessante la rappresentazione di una “venationes”, battuta di caccia allestita nell’arena, anche i meno civili abbandonando i resti dei loro spuntini nei luoghi più disparati hanno consentito ai bioarcheologi, una volta rinvenuti a distanza di tanto tempo, di stabilire con esattezza quali fossero le pietanze servite nei posti di ristori all’interno della struttura.

20181220_123646Alcune della 80 statue originariamente presenti nelle 80 arcate e rivenute, in gran parte in maniera frammentaria come dimostra la foto, in prevalenza nelgli scavi della cavea.

Dopo la promulgazione dell’editto di Milano del 313 d.C. e la libertà di culto concessa al cristiani L’aphiteatrum Magnun o Caesareum come si chiamò per tutto il Medioevo ospitò sempre meno spettacoli, l’ultimo fu nel 523 d.C., e fu adibito a scopi diversi da fortezza dei Frangipane, a laboratori artigianali fino ad essere utilizzato come luogo di culto ed abitazioni civili. Di questi usi diversi da quello culturale  e didattico resta oggi la pratica della Via Crucis del Venerdi Santo che fu istituita per la prima volta nel 1750 e dopo varie interruzioni e ripristini, l’ultimo con Papa Paolo VI, è oggi presente nella vita religiosa della città.

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Sedele graffito con scena di caccia (Venatio). Marmo cipollino proveniente dall’isola di Eubea (Grecia), fine I^ / IV^ secolo.

Anche se non occupa più contemporaneamente ben 73 mila persone come in epoca imperiale il Colosseo, così chiamato a partire dall’XI secolo, quest’anno ha accolto nei suoi  3.357 metri quadri di superficie da oltre 7 milioni e 500 mila visitatori elevandolo al monumento più visitato al mondo e fra le prime istituzioni museali dopo il Metropolitan Museum di New York affiancandosi al Louvre di Parigi. Questo nuovo spazio museale lo renderà ancora più attraente. Mi sarebbe piaciuto che in un piccolo scanno, fra i tanti presenti in questo nuovo allestimento museale, fosse presente una gogna, di antica memoria, riservato a quei visitatori incivili, speriamo sempre in numero minore fino a sparire del tutto, che d’ora in poi gli mancheranno di rispetto con scritte o tentando di asportare un mattone come avvenuto nell’ultimo episodio.

Roma – Anfiteatro Flavio – Colosseo – aperto tutti i giorni con orari sfalsati a seconda delle stagioni  dalle ore 8,30 fino alle 16.30 in inverno e 19,15 in estate. Costo del biglietto d’ingresso intero €.12,00 ridotto €.7,50, valido per due giorni, comprensivo di un solo ingresso all’area archeologica Foro Romano – Palatino – incluse le mostre in corso in quell’area. Per riduzioni e gratuità, così come per gli orari di apertura/chiusura, prevendite e visite guidate  informarsi al n°+39.06.39967700 oppure su www.parcocolosseo.it