Roma – Città del Vaticano – Braccio di Carlomagno – Colonnato Berniniano – Mostra “Leonardo – Il San Girolamo dei Musei Vaticani”.

Testo e Foto di Mariagrazia Fiorentino e Donatello Urbani

Malgrado il lungo soggiorno a Roma, circa tre anni, Leonardo non ha lasciato nella città nessuna opera pittorica; l’unica esistente è quella che ha dato origine a questa rassegna dal titolo “Leonardo – Il San Girolamo dei Musei Vaticani”, allestita nei prestigiosi spazi del Braccio di Carlomagno in Piazza San Pietro. Un documento dell’Archivio Storico della Fabbrica di San Pietro in Vaticano apre il percorso espositivo di questa rassegna, testimoniando la permanenza di Leonardo in un appartamento per lui allestito nel Belvedere Vaticano presso l’originario nucleo storico dei Musei Vaticani. “Sono gli stessi anni in cui è certa la presenza contemporanea nell’Urbe pure di Bramante, Michelangelo, Raffaello e di numerosi altri eminenti protagonisti della storia dell’arte”, come ha rilevato la Dott.ssa Barbara Jatta, Direttore dei Musei Vaticani che ha concluso il suo intervento affermando:San Girolamo nel deserto” di Leonardo è certamente un capolavoro assoluto, ma anche un’opera che esalta la spiritualità di un grande Padre e Dottore della Chiesa”.

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Girolamo nacque a Stridone verso il 347 da una famiglia cristiana, che gli assicurò un’accurata formazione, inviandolo anche a Roma a perfezionare i suoi studi. Da giovane sentì l’attrattiva della vita mondana ma prevalse in lui il desiderio e l’interesse per la religione cristiana. Ricevuto il Battesimo verso il 366, si orientò alla vita ascetica e, recatosi ad Aquileia, si inserì in un gruppo di ferventi cristiani, da lui definito quasi «un coro di beati», riunito attorno al Vescovo Valeriano. Partì poi per l’Oriente e visse da eremita nel deserto di Calcide, a sud di Aleppo dedicandosi seriamente agli studi. Questa è l’immagine ritratta da Leonardo nello straordinario dipinto conosciuto soprattutto per la sua tecnica esecutiva caratterizzata da un diffuso “non finito” presente in ampie parti dell’opera, che permette di analizzare le modalità esecutive dell’artista. In occasione delle celebrazioni per i cinquecento anni dalla morte di Leonardo da Vinci (1452-1519), il Governatorato dello Stato della Città del Vaticano e la Direzione dei Musei Vaticani offrono la possibilità di ammirare il celebre dipinto,normalmente custodito nella Pinacoteca Vaticana. Come affermata dalla Dott.ssa Barbara Jatta: “La speciale esposizione consente di contemplare da vicino, fuori dai ritmi frenetici dei circuiti turistici, una delle poche creazioni del genio vinciano la cui autografia non è mai stata messa in discussione. Per questi motivi, l’allestimento è stato ideato per favorire il contatto diretto con il capolavoro, custodito per l’occasione all’interno di una teca climatizzata ad alta tecnologia”.

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In mostra, una serie di pannelli didattici consentono di conoscere meglio la figura di Leonardo da Vinci e la congiuntura storica e culturale nella quale vide la luce il dipinto esposto: lo straordinario contesto storico di Roma nel secondo decennio del Cinquecento, durante il quale l’artista visse e soggiornò in Vaticano. Uno specifico approfondimento è dedicato alla grandiosa figura di San Girolamo (347–419/20), tratteggiata dalle sapienti parole del Papa Emerito Benedetto XVI. Completa l’esposizione un video realizzato dalla Direzione dei Musei Vaticani.

Roma – Citta del Vaticano – Piazza San Pietro Braccio di Carlomagno fino al 22 giugno 2019 con ingresso Gratuito ed orario: Lunedì – martedì – giovedì – venerdì – sabato: dalle ore 10,00 alle ore 18,00 (ultimo ingresso alle ore 17,30) – Mercoledì: dalle ore 13,30 alle ore 18,00 (ultimo ingresso alle ore 17,30) Domenica e festività religiose chiusa Informazioni: www.museivaticani.va

Romics – La Fiera di Roma ospita dal 4 al 7 aprile 2019 la XXV^ edizione del Festival Internazionale del Fumetto, Animazione, Cinema e Games

Testo e foto di Mariagrazia Fiorentino e Donatello Urbani

L’evento primaverile più atteso, non solo dai giovani e giovanissimi, è senza dubbio l’annuale edizione di Romics, Festival Internazionale del Fumetto, Animazione, Cinema e Games, che da quando è ospitato nei nuovi padiglioni della Fiera di Roma, ha trovato un richiamo di ampio respiro, anche internazionale, come riportato nell’intestazione ufficiale di questa bella iniziativa. Basta scorrere il calendario degli eventi per constatare di persona che sono stati accontentati i più svariati gusti: dagli artistici ai culturali, passando per i ludici a quelli didattici indirizzati non solo a quanti hanno da tempo superato l’età scolastica. Tra i maggiori eventi inseriti nel ricchissimo programma di questa edizione, segnaliamo:

– L’assegnazione dei Romics d’Oro, prestigioso riconoscimento assegnato ai maggiori disegnatori di fumetti internazionali, che in questa 25^ edizione verranno assegnati a Reki Kawahara, scittore giapponese di light novel e manga e all’italiano Alessandro Bilotta, autore, sceneggiatore, soggettista e story editor delle più famose serie di fumetti da Giulio Meraviglia a Dylan Dog.

IMG_20190320_123728                                                                             Foto Courtesy Ufficio stampa Maurizio Quattrini

– Celebrazione dell’80esimo anniversario di Batman con una mostra di tavole originali realizzate da artisti internazionali e italiani, statue ufficiali, omaggi d’autore installazioni e contenuti trans mediali dedicati all’Uomo Pipistrello comparso per la prima volta sulla rivista Detective Comics il 30 marzo 1939. E’ questa la prima tappa ufficiale in Italia di una serie di celebrazioni inziate ad Austin (USA) il 15 marzo scorso al grido di “Long Live Batman”, volute e promosse dalla Warner Bros.

– Mostre ed eventi speciali, rubriche che da sempre caratterizzano questa manifestazione, rivestono particolare importanza quelle che accolgono le opere di Reiki Kawahara, Giorgio Cavazzano, della Scuola Romana del Fumetto e della Scuola Internazionale di Comics che con una life performance rende omaggio al 50esimo anniversario dello sbarco sulla luna.

– Area Romics e Kids&Junior che nel proprio palcoscenico accoglie il Cospay Kids.

– Confronti ricchi di stimoli fra quattro grandissimi autori: Giorgio Cavazzano, Luciano Gatto, Carlo Panaro e Marco Gervaso, animano l’area dedicata all’Officina del Fumetto e a Romics Narrativa.

– Movie Village, spazio interattivo con anteprime ed incontri speciali su film e serie ispirate a giochi e viodeogames fumetti, romanzi, accompagnate dalle installazioni delle principali fandom italiane.

– Pala Games e Card Games, vera Game Town al quale è stato riservato l’intero padiglione 9 della Fiera di Roma.

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– Eventi vari di grande impatto sul pubblico caratterizzano, come nelle precedenti edizioni, l’intera manifestazione quali il Gran Galà del Doppiaggio e il Romics Cosplay Award, dove sono chiamati a sfidarsi sul palco di Romics i cosplayer italiani per rappresentare l’Italia nella gara mondiale del Cow’s Cosplay Cup 2019 che si terrà ad Animecon in Olanda.

Fiera di Roma – Via Portuense 1645 dal 4 al 7 aprile 2019. Collegamento con treno per Fiumicino, fermata Fiera di Roma. Informazioni e acquisti di biglietti d’ingresso, previste numerose riduzioni e facilitazioni, sul sito www.romics.it tel.06.9396007 – 06.93956069 – e.mail info@romics.it

Fremo Immagine – Mostra di Francesco Ciavaglioli a Roma – Fondazione Pastificio Cerere– Spazio Molini , fino al 6 aprile 2019.

Testo e foto di Mariagrazia Fiorentino e Donatello Urbani

In uno spazio di archeologia industriale dove sembra che il tempo si sia fermato, sono esposte le opere di Francesco Ciavaglioli per la sua prima personale. “I sotterranei dello storico stabile si popolano di opere su carta, tela e vetro, alternando interventi site-specific a opere inedite. La ricerca dell’artista si basa sulle relazioni tra immagini e media, la sue opere presentano paesaggi innaturali, costruiti attraverso strategie e tecniche che riflettono sui principi di riproduzione alla base dell’immagine contemporanea, tra ripetizione e dissoluzione”.

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Piani sovrapposti, spaccati di paesaggi, rovi e stormi di uccelli, un immaginario semplice e quotidiano sotto il quale pulsa l’idea di una ripetività ossessiva, mentale e spirituale. Tecnica che rimanda a quelle già realizzate nelle factory newyorkesi da Andy Warholl dove i soggetti di questa rassegna non hanno esseri umani per protagonisti bensì la natura in una sua esaltazione, depositaria per eccellenza della bellezza in senso assoluto.

Roma – Via degli Ausoni, 7 – ex Pastificio Cerere fino al 6 aprile 2019 con ingresso gratuito

 

Kiribati – Mostra di Antonio Fiorentino a Roma Fondazione Pastificio Cerere

Testo e foto di Mariagrazia Fiorentino e Donatello Urbani

Sedimenti, si accumulano nei fondali, detriti su detriti, costruzioni su costruzioni e, se nel passare del tempo si è distrutto, ora è arrivato il momento di recuperare, di reagire e di modificare la nostra quotidianità.

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L’opera personale dell’artista Antonio Fiorentino viene realizzata dopo il suo soggiorno avvenuto nell’estate del 2018, nelle isole Kiribati. Una serie di 33 isole sparse in Oceania. Kiribati si trova sulla linea internazionale del cambio di data ed é il primo stato a salutare la nuova alba, il nuovo giorno, il nuovo anno: in qualche modo si può dire che “sia nel futuro. Ma il futuro di questo paese è apocalittico perché rischia di scomparire per sempre nell’arco di pochi decenni, poiché l’innalzamento del livello dei mari causato dal riscaldamento globale, sta sommergendo a poco a poco il territorio delle isole”. La linea del tempo a Kiribati perde il suo confine, permette distorsioni che hanno portato l’artista “viaggiare nel tempo” in una dimensione sospesa e indefinita, casuale, in un continuo rimando volto a valutare la prospettiva a seconda della direzione percorsa. Fiorentino è un poeta, perché sa raccogliere emozioni, entusiasmi che sanno di mare, di sole, di sale, di vento, di canti antichi e d’infinito azzurro.

Il 15 aprile alle ore 19,00 sarà presentato in anteprima il video dal titolo “Kiribati” realizzato dallo stesso artista sull’isola.

Roma – Via degli Ausoni, n.7 fino al 19 luglio 2019 con ingresso gratuito

 

Roma – In mostra un’importante selezione di fotografie di Robert Mapplethorpe alla Galleria Nazionale Corsini.

Testo e foto di Mariagrazia Fiorentino e Donatello Urbani

 

La fotografia è un sogno, cultura, libertà. La mostra dal titolo “Robert Mapplethorpe. L’obiettivo sensibile”, curata da Flaminia Gennari Santori, Direttore delle Gallerie Nazionali Barberini Corsini, é tutta incentrata su un possibile dialogo tra passato e presente, tra le opere d’arte esposte in via permanente nella Galleria e le fotografie scattate da uno dei più discussi fotografi del secolo scorso. Questo dialogo non è nuovo alla politica espositiva seguita dalla direzione delle due Gallerie Nazionali ed è iniziato con l’esposizione di Parade di Picasso nel 2017 e la rassegna Eco e Narciso nel 2018. Dialogo, come avvenuto in questa rassegna, non necessariamente deve seguire una comune linea artistica, anzi, come voluto per questa occasione, si è cercato deliberatamente d’impostarlo su temi dissonanti e provocatori, che fossero in netto contrasto fra di loro.

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                                                                                   Ken and Lydia and Tyler – 1985

Così scrive nel suo testo Flaminia Gennari Santori: “… fare una mostra su Robert Mapplethorpe è ispirata alla pratica collezionistica dell’artista, avido raccoglitore di fotografie storiche, passione che condivideva con il compagno Sam Wagstaff, la cui collezione fotografica – composta in larghissima parte di ritratti, figure e paesaggi – costituisce un fondo straordinario del dipartimento di fotografia del Getty Museum di Los Angeles. La mostra è un evento unico poiché le foto sono state in varie occasioni accostate alle opere di artisti del passato – Michelangelo, Hendrick Goltzius, Auguste Rodin – attraverso dialoghi sorprendenti e rivelatori, ma questa è la prima volta che vengono esposte nel contesto di una quadreria settecentesca.

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In alto sulla sinistra: Papa Clemente XII- Lorenzo Corsini                                                Italian Devil (Diavolo) – 1988

La selezione delle opere e la loro collocazione nella Galleria rispondono a diverse intenzioni: mettere in luce aspetti del lavoro di Mapplethorpe che risuonano in modo particolare con la Galleria Corsini, intesa come spazio — fisico e concettuale — del collezionismo, per innescare una relazione inedita tra i visitatori, le opere e gli ambienti della Galleria. Mapplethorpe non è mai stato alla Galleria Corsini, ma senz’altro avrebbe trovato interessanti le sale ancora allestite secondo il gusto del cardinale Neri (1685 – 1770), il creatore della collezione che visse in questo appartamento dal 1738 alla morte….”

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                                                                                                Winter Landscape, 1979

Il percorso espositivo che raccoglie quarantacinque opere, si concentra su alcuni temi che contraddistinguono l’opera di Robert Mapplethorpe (1946-1989), si snoda in tutte le sale del museo, inizia nella cosiddetta Anticamera dove Winter Landscape, un raro paesaggio del 1979, è esposto sotto Paesaggio con Rinaldo e Armida di Gaspard Dughet. Per prosegue poi nella Prima Galleria, nella Galleria del Cardinale, nella Camera del Camino e passando per l’alcova di Cristina di Svezia, prosegue nel Gabinetto Verde, nella Sala Verde, nella Sala Rossa per concludersi In una piccola stanza adiacente dove sono esposte alcune fotografie più esplicite affiancate a immagini di fiori. La mostra “Robert Mapplethorpe. L’obiettivo sensibile”, come affermato dalla curatrice: “è un’occasione straordinaria per guardare le sue fotografie da punti di vista inusuali e riscoprire la collezione del museo in una luce contemporanea”. Accompagna la mostra un piccolo catalogo, preziosa guida per una lettura corretta delle opere.

Roma, Galleria Corsini, via della Lungara 10 – fino al 30 giugno 2019 dal mercoledì al lunedì dalle 8.30 alle 19.00. La biglietteria chiude alle 18.00; giorno di chiusura il : martedì. Biglietto d’ingresso: Intero 12 € – Ridotto 2 € (per i giovani dai 18 ai 25 anni) . Il biglietto è valido dal momento della timbratura per 10 giorni in entrambe le sedi del Museo: Palazzo Barberini e Galleria Corsini. Gratuito per i minori di 18 anni ed altre categorie previste dalla legge.

Roma – Ministero dei Beni e le Attività Culturali – Firma del protocollo per la restituite al Messico 594 tavolette votive trafugate dai luoghi di culto.

Testo e foto di Mariagrazia Fiorentino e Donatello Urbani

Gli ambienti monumentali della “Crociera” del Collegio Romano, sono stati la cornice ideale per esporre i 594 dipinti ex voto, illecitamente sottratti al patrimonio culturale messicano ed esportati illegalmente in Italia.

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Con una cerimonia ufficiale il 6 u.s. è stato firmato il protocollo di restituzione alla presenza del Ministro per i Beni e le Attività Culturale Alberto Bonisoli e della Segretario della Cultura Dottoressa Alejandra Frausto Guerrero degli Stati Uniti Messicani.

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Nelle raffigurazioni pittoriche la Madonna viene rappresentata in mille modi diversi, perché di lei non possediamo alcun ritratto iconografico sicuro.

20190306_120537                                                                    Nostra Signora di Guadalupe Patrona del Messico

Eppure a un certo momento, questa mancanza venne sentita e la pietà popolare pur di avere l’effige “vera” di Maria immagini ideali: ma non per questo meno care al nostro cuore, care anche se non siano uscite da pennelli celebri, perché non è il valore artistico a determinare la venerazione verso un’immagine mariana, bensì la copia delle grazie che la fede impreta dall’onnipotenza divina e come ci sono quadri famosi, che noi ammiriamo nelle sale di un museo senza che essi ci suggeriscano un solo palpito di devozione, esistono invece a centinaia, nei santuari di tutto il mondo cattolico, immagini senza alcuna pretesa artistica attorno alle quali è un plebiscito di fede e di gratitudine che si rinnova di secolo in secolo.

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Le opere restituite per l’occasione, furono asportate tra il 1960 ed il 1970 da vari luoghi di culto del Messico.Individuate grazie all’archivio della Banca Dati del Nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale di Monza, furono da questi sequestrate nel giugno del 2016, su disposizione della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano. Erano tutte esposte in due musei, uno lombardo e l’altro piemontese, ove erano giunte a seguito di una donazione da parte di un noto collezionista milanese, nel frattempo deceduto.

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“Grazie all’esperienza dei Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale”, come ha rilevato il Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, Generale di Corpo d’Armata Giovanni Nistri, “supportati dagli esperti del Ministero per i beni e le attività culturali, è stato possibile, sulla base dell’analisi iconografica e delle iscrizioni presenti, ricondurre i dipinti al Messico. I successivi accertamenti, esperiti sul canale diplomatico, hanno permesso di acquisire, dall’Istituto Nazionale di Antropologia e Storia del Segretariato della Cultura messicana di Città del Messico, la conferma dell’appartenenza degli ex voto al patrimonio culturale del Paese centroamericano.

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La cerimonia odierna, che segue quelle avvenute nel 2014 e nel 2016 in cui sono stati restituiti agli Stati Uniti Messicani molti altri reperti archeologici provenienti da scavi illegali, testimonia la proficua e consolidata collaborazione tra l’Italia e il Messico nella lotta al traffico illecito di beni culturali, ulteriormente qualificata dall’istituzione, nel marzo 2018, della “Unidad de Tutela del Patrimonio Cultural” della Divisione di Gendarmeria della Policía Federal de México. Il reparto, che è nato sul modello dei Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, anche a seguito della sensibilizzazione prodotta, in ambito internazionale, dall’iniziativa italiana della Task Force “Unite4Heritage”, si occuperà di tutelare il ricchissimo patrimonio culturale di quel Paese”.

Vincenzo Scolamiero al Museo Bilotti con la mostra “Della declinante ombra”

Testo e foto di Mariagrazia Fiorentino e Donatello Urbani

Sia il titolo di questa rassegna “Della declinante Ombra” che le opere esposte che presentano tutte una predominanza di un colore sugli altri, quasi una monocromia, hanno un chiaro riferimento allo spazio espositivo – location – del Parco di Villa Borghese e alla netta dominanza del colore verde all’esterno del museo.

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E’ lo stesso artista Vincenzo Scolamiero che confessa un’attrazione inspiegabile verso la monocromia anche quando si è trattato di collaborare alla realizzazione di un libro-opera, in sette esemplari numerati e firmati dagli autori, dove le sue opere pittoriche, realizzate con inchiostri di china e pigmenti, hanno costituito un tutt’uno con le note musicali autografe di Silvia Colasanti, tratte dalla partitura per il Quartetto d’Archi “Ogni cosa ad ogni cosa ha detto addio” edito dalla Casa Ricordi nel 2017. La visione delle opere pittoriche, con sovraesposte le note musicali, è accompagnata dall’esecuzione delle stesse da parte di un quartetto di archi.

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Un’emozione in più che esalta lo stretto connubio esistente fra le due arti: musica e pittura, certamente le più nobili oggi disponibili per l’essere umano. Un perfetto sincretismo che offre una visione, con sottofondo musicale, attraverso lo svolgersi di fotogrammi come in un film pittorico il cui tema è un invito a riflettere sulla continuità che lega gli esseri umani in un andamento circolare fatto di connessioni misteriose, sulla fragilità ma anche sulla gioia dell’assoluto.

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Lungo il percorso espositivo, che inizia al piano terra, è possibile prendere visione di tutto il percorso artistico compiuto negli anni da Vincenzo Scolamiero e che trova nelle parole del curatore, Gabriele Simongini, riportate nel bellissimo catalogo edito da De Luca Editore d’Arte, pagine 70 prezzo di copertina €.25,00 una perfetta descrizione: “La pittura di Scolamiero è evocativa, raffinata, sintetica ed è sempre attraversata da un vento malinconicamente inquieto che è prima di tutto soffio e respiro interiore. Una natura poetica suggerita attraverso piccoli antieroici gesti e reperti in un microcosmo fatto di cose minute, ramoscelli, foglie secche, ciuffi d’erba, ciottoli, giunchi, nidi, i cui equivalenti reali il visitatore attento e paziente potrà trovare nella Villa Borghese, prima e dopo aver visitato la mostra.”

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Roma – Museo Carlo Bilotti – Aranciera di Villa Borghese – Viale Fiorello La Guardia, n.6 – fino al 9 giugno 2019. Ingresso GRATUITO ed orario dal martedi al venerdi 10.00/16,00 – sabato e domenica 10,00/19,00, consentito fino a mezz’ora prima degli orari di chiusura. Info tel 060608 siti weg www.museocarlobilotti.itwww.museiincomune.it

Il gruppo scultoreo di Eurisace ed Atistia, dopo il restauro, fa il suo ingresso nell’esposizione archeologica permanente della Centrale Montemartini a Roma.

Testo e foto di Donatello Urbani

Arrivando alla stazione ferroviaria Termini, il primo monumento di grande effetto scenico che riusciamo ad intravedere dal finestrino di sinistra, grazie alla velocità ridotta del treno prima di arrestarsi, è la spettacolare Porta Maggiore con a fianco, quasi a ridosso, i resti del monumento funerario di Marco Virgilio Eurisace, panettiere ed appaltatore dello stato, e della moglie Atistia.

20190228_112402 Prime documentazioni illustrate e  fotogradiche. L’ultima immagine sulla destra in basso é opera dell’archeologo Luigi Canina 

Sconosciuti entrambi dalle fonti storiche, sono balzati alla notorietà grazie al monumento che ha accolto le loro spoglie mortali e che fecero edificare negli anni 40/30 a.C. in un’area posta fuori della cinta muraria serviana che allora, primi anni del principato di Ottaviano Augusto, separava l’area urbana, con abitazioni civili, da quella periferica adibita ad altri scopi ,principalmente agricolo. Il sepolcro, come affermato in conferenza stampa, fu risparmiato dalla realizzazione delle arcate monumentali dell’acquedotto Claudio, nella metà del sec. I d.C., ma fu coinvolto nella costruzione delle Mura Aureliane nel III secolo d.C. e definitivamente inglobato, due secoli più tardi, nel bastione costruito dall’imperatore Onorio per potenziare la cinta muraria presso la Porta Labicana/Prenestina, oggi Porta Maggiore. Molti secoli dopo, nel 1838, le strutture attribuibili al rifacimento di Onorio, furono demolite per volontà di Papa Gregorio XVI e, nel corso dei lavori, venne portato completamente alla luce il sepolcro di Eurisace che, in quella occasione, fu disegnato dall’archeologo Luigi Canina al quale si deve anche una delle più complete documentazioni.

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La decorazione scultorea posta nella parte alta del monumento, attico, fa precisi riferimenti alla professione di fornaio del committente attraverso illustrazioni che indicano le diverse fasi della panificazione, mentre l’iscrizione su lastra marmorea, ripetuta sui tre lati superstiti, posta nella fascia divisoria fra i due corpi, superiore ed inferiore, indica il proprietario del monumento insieme a parole di lode per la moglie, Atistia, sepolta all’interno in un “panario”, urna a forma di cesta simile a quelle utilizzate per contenere il pane. Il gruppo scultoreo, debitamente restaurato e che oggi possiamo ammirare nella Sala delle Colonne del museo archeologico romano della Centrale Montemartini, si trovava originariamente sulla facciata orientale del sepolcro e ci mostra i due coniugi in posizione frontale con la testa rivolta l’uno verso l’altra, come per evidenziare il legame che li univa.

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Purtroppo la testa della donna fu rubata nel 1934 e in occasione del restauro è stato posto, in sua vece, un volto in gesso grazie alle foto scattate prima del furto quando il rilievo era esposto all’aperto lungo le mura presso Porta Maggiore nel luogo dove, nel 1856, sarebbe sorta la stazione ferroviaria della tratta Roma/Frascati costruita da Papa Pio IX. Noi oggigiorno definiremmo Marco Virgilio Eurisace un “self made man”, un uomo di origine greca che partendo dalla condizione di liberto, schiavo affrancato, era riuscito a costruire una grande fortuna economica e grazie al suo monumento funerario, a distanza di due millenni, ha trovato posto e notorietà insieme alle grandi figure di romani ospitate nella collezione permanente di questo prestigioso museo archeologico.

ROMAMOR – Anne e Patrick Poirier in mostra a Villa Medici – Accademia di Francia a Roma – con i ricordi dei loro soggiorni romani.

Testo e foto di Mariagrazia Fiorentino e Donatello Urbani

Un primato che Roma può vantare, a pieno merito, è quello di essere stata complice in tanti innamoramenti. Il fascino di tanti monumenti, presenti in città, che hanno sfidato i millenni, possono essere assunti a sinonimi di amore eterno insieme alle molte prestigiose rovine archeologiche che invitano gli amanti a riflettere sulla caducità del tempo.

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Fotomontaggio con i volti sovrapposti di Anne e Patrich Poirier. L’opera é esposta nell’Atelier Balthus.

Considerazioni queste che forse hanno spinto anche Patrick Poirier, prima d’incontrare Anne, entrambi pensionnaires di Villa Medici, a chiedere aiuto alla città eterna. La rassegna ROMAMOR, allestita nei prestigiosi spazi di Villa Medici – Accademia di Francia a Roma – nasce dopo cinqant’anni ,dal loro primo incontro e nello scegliere il titolo all’esposizione delle loro opere, testimoni di una lunga vita in comune, anche artistica, giocano sulla doppia valenza del nome Roma che, se letto al contrario, è Amor. Infatti di fronte a queste opere ci troviamo immersi all’interno di uno status storico artistico emozionale che fa parte contemporaneamente della loro vita personale ed artistica. Anna e Patrick Poirier, come affermato in conferenza stampa, “Appartengono a quella generazione di artisti che, viaggiando e aprendosi al mondo fin dagli anni sessanta, sviluppa una fascinazione per le città e le civiltà antiche e, in particolare, per i processi della loro scomparsa. In linea con questa sensibilità: Città misteriose, ricostruzioni archeologiche immaginarie, fascino delle rovine, indagine di giardini, unione di opere storiche e ricostruzioni in situ, sono gli elementi che danno vita alla mostra ROMAMOR a Villa Medici”. Il percorso espositivo parte dagli spazi della cisterna dove è allestita un’installazione dal titolo “Palissade/Scavi in corso” dalla quale, attraverso dei fori, è possibile traguardare scene di vita romana quali appunto cantieri di scavo. Salita una piccola rampa di scale incontriamo un’altra installazione “Finis Terrae”, realizzata, come la precedente, nel corrente anno.

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Nella prima sala ci attende una scultura luminosa, “Le monde à l’envers” (2019), costituita da un lampadario di Murano rovesciato, da un globo terrestre e costellazioni celesti sovrastate da un aereo dal quale piovono lame di coltello e oggetti contundenti su un tappeto che riproduce la rovine di Palmira, città siriana martirizzata dall’ISIS.

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Il tema distruzioni si ripete anche nella seconda sala che riporta in un unico plastico la Domus Aurea insieme ai resti della Biblioteca di Alessandria d’Egitto, entrambi adagiati su un letto di carbone in ricordo dell’incendio subito da quest’ultima per mano del Saladino. Aria diversa nella successiva sala con “Ouranopolis” – 1995 – , ovvero la città celeste: una stazione spaziale che consente d’intravedere, attraverso minuscoli fori, uno spazio interno di ben 40 sale.

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Spazio onirico è possibile definire quello allestito lungo la grande scalinata delle antiche scuderie di Villa Medici dove un’installazione luminosa, “Le songe de Jacob” – 2019 –, offre preciso riferimento al sogno di Giacobbe, descritto nella Bibbia, dove la presenza dell’angelo è testimoniata a terra dalle sue piume bianche. Uno spazio intimo e personale è quello che Anne e Patrick si sono riservati al termine della scalinata.

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Due figure, autoritratto tridimensionale della coppia, calpestano la ghiaia dei giardino di Villa Medici, dove è iniziato il loro comune percorso, camminano verso uno specchio, che simboleggia il futuro, sovrastato da insegne luminose al neon che parlano di utopia, intuition, creation, memory, passions, love, veritas e immagination, ecc. Il percorso prosegue, prima di giungere nel giardino, presentando opere che espongono temi vari con una netta prevalenza di plastici che riproducono monumenti archeologici con specifici riferimenti a quelli presenti nella città di Roma.

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Nel giardino sono presenti due significative opere: la prima, disegnata con marmi di Carrara, ha la forma di un cervello – “Le Labirinthe du Cerveau” (2019), con i suoi due emisferi, preciso riferimento all’unità e diversità della simbiosi umana, mentre la seconda, “Le regarde des Statues” (2019), che occupa per intero la grande fontana dell’obelisco, ci offre enormi e anonimi occhi di gesso deformati dall’acqua in cui sono immersi.

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Nell’atelier di Balthus, ultima tappa del percorso espositivo, sono sistemate opere dai precisi riferimenti alla presenza dei due artisti a Roma. Inquadrati in piccole teche, sono esposte foglie delle piante, fiori e fotografie delle erme presenti nel giardino di Villa Medici. Il tema delle erme, riprodotte in gesso e carta, è presente anche in altrettante teche sistemate nella parete di fronte e sistemate, per l’occasione, in teche di vetro.

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E’ disponibile un catalogo edito da Electa in tre lingue – italiano, francese e inglese –, €.22,00, concepito dagli artisti come un album di ricordi e progetti, in cui sono raccolte immagini e documenti, accompagnate dalle opere esposte in mostra. La pubblicazione include anche una conversazione della curatrice, Chiara Parisi con Anne e Patrick Poirier e un poster a corredo del volume.

Roma – Accademia di Francia – Villa Medici – Viale Trinità dei Monti – Info tel. O6.67611 – sito web www.villamedici.it

 

Manifesto – Julian Rosefeld in mostra al Palazzo delle Esposizioni

Testo e foto di Mariagrazia Fiorentino e Donatello Urbani

Gli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale, con l’affermarsi in pittura delle avanguardie, per poi proseguire negli anni successivi, abbiamo assistito ad una controversia fra gli studiosi, non solo accademica, di come, quanto e se le arti visive, non solo nella pittura, dovessero rappresentare le istanze politiche, civili e sociali presenti nelle varie società, indipendentemente dal sistema politico al potere. Significativo in proposito quanto scritto da Giulio Carlo Argan su l’arte del XX secolo: “…L’arte costituisce dunque un problema, uno dei grandi problemi del secolo. Forma l’oggetto di ricerche filosofiche, storiche, scientifiche, operative, sperimentali; determina tutto un insieme di attività collaterali, anche sul piano economico e politico, miranti a proteggerla e promuoverla; è argomento di dibattiti dottrinali, formulazioni teoriche, programmi di azione e animate polemiche ….”

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Per molti aspetti, sia pure in forme molto diverse, tutto questo ce lo siamo portato dietro anche noi nel successivo XXI secolo. Su questo retaggio è stata allestita la rassegna di Julien Rosefeld nel salone principale del Palazzo delle Esposizioni dal titolo “Manifesto”, articolata in 13 grandi schermi che narrano altrettanti diversi contesti che hanno caratterizzato i primi anni di questo secolo. Lo stesso cineasta tiene a precisare il titolo di questa sua mostra: “L’opera è un omaggio alla pratica novecentesca dei Manifesti, quei testi diffusi come proclami categorici con i quali gli artisti distruggevano il passato per difendere – con parole incise come quelle di una poesia – una nuova visione dell’arte che fosse specchio di un mondo nuovo”.

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Ciascun video, della durata massima di 10 minuti e 30 secondi, vede come protagonista assoluta Cate Blanchett, attrice australiana due volte premio Oscar, che presta la propria immagine per interpretare magistralmente tredici diverse situazioni legate ad altrettante correnti di fare e narrare l’arte. Nel primo video, che funge da prologo introduttivo agli altri 12, si ascoltano, in inglese come in tutti i commenti sonori dei successivi video, le parole del Manifesto del Partito Comunista scritte nel 1848 dal Karl Marx e Friedrich Endels. Scelta voluta dallo stesso Rosefeld per “ … sottolineare la comune matrice rivoluzionaria di queste dichiarazioni di poetica”.

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Il secondo video ci presenta un senzacasa vittima delle crisi economiche, con un riferimento esplicito ai manifesti di Lucio Fontana, Constan Nieuwennhuys, Aleksander Rodchenko e Guy Debord che proprio come scrive quest’ultimo ci rimandano al “Situazionismo” e al “Suprematismo”, due avanguardie pittoriche molto importanti negli anni fra le due guerre mondiali. Un Broker presenta il “Futurismo”, con il commento audio del Manifesto di Filippo Tommaso Marinetti ed altri artisti di varie discipline da Balla, Carrà e Severini fino a Guillaume Apollinaire.

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Ad un’operaia, in un inceneritore di rifiuti, è affidato l’incarico di commentare la nuova “Architettura” che “deve bruciare” come scritto nel manifesto della Coop Himmelb e di altri. Un’Amministratrice delegata di una società è chiamata a presentarci “Vorticismo”, “Cavaliere Azzurro” e l’”Espressionismo astratto” con le parole di vari artisti fra cui Vasilij Kandiskij, Barnett Newman e Wyndham Lewis. “Stridentismo” e “Creazionismo” sono affidate alle parole di una Ragazza punk tatuata; mentre a quelle di una scienziata fanno riferimento le avanguardie del “Suprematismo” e” Costruttivismo”. Il “Dadaismo” invece è affidato ad una oratrice di un funerale, “Surrealismo” e “Spazialismo” ad una burattinaia così come la “Pop art” ad una Madre tradizionalista che insieme alla famiglia recita la preghiera di ringraziamento al Signore prima d’iniziare il pranzo.

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Una coreografa è chiamata a presentarci “Fluxus”, “Merz” e “Happening”; ad un telecronista e reporter sono affidate “Arte concettuale” e il “Minimalismo” e un’insegnate ci fa assistere ad una lezione sul “Cinema” . Il tredicesimo video “Epiliogo” è un collage di manifesti sul cinema che ha come commento audio quanto scrive Lebbeus Woods nel suo Manifesto.

Accompagna la mostra una preziosa pubblicazione che facilita la lettura e la comprensione di quanto illustrato sui video.

Roma – Palazzo delle Esposizioni – Via Nazionale, 194, fino al 22 aprile 2019. Biglietto d’ingresso intero €.10,00, ridotto €.8,00. Informazioni tel.06.39967500 e sul sito www.palazzoesposizioni.it