Curiose riflessioni. Jean-François Niceron, le anamorfosi e la magia delle immagini,

Testo e foto di Donatello Urbani

Il volto di Roma, sia estetico che culturale, nel corso della sua lunga storia ha avuto molte immagini. Scoprirne alcune, le più significative, che vari artisti ci hanno regalato con le loro opere è quanto di più attraente ed affascinante possa esistere.  Molte di queste opere d’arte sono gelosamente conservate, spesso con grave pregiudizio alla pubblica fruibilità, come un vero e proprio tesoro nei depositi  delle varie istituzioni museali. Fortunatamente dobbiamo rilevare che a tutto questo fanno riscontro delle eccezioni. Una di queste, meritevole di particolare attenzione, si deve alla direzione delle Gallerie Nazionali Barberini Corsini con periodiche esposizioni temporanee di quanto conservato nei loro depositi . Così nella sede di Palazzo Barberini è stata allestita la mostra “Curiose riflessioni. Jean-François Niceron, le anamorfosi e la magia delle immagini” a cura di Maurizia Cicconi e Michele Di Monte. L’anamorfismo è un effetto d’illusione ottica capace di farci apparire un’immagine reale in forma distorta e renderla comprensibile solo ponendosi in un unico corretto punto di osservazione, oppure attraverso uno strumento apposito che ne restituisca la giusta lettura. Scrivono in proposito i curatori: “ La teoria e la pratica dell’anamorfosi raggiungono la loro più considerevole fortuna in età Barocca: costituiscono il culmine tecnico della dottrina  prospettica cinquecentesca, effetto dei progressi compiuti nel campo della geometria proiettiva e dell’ottica. La fortuna delle anamorfosi trova una profonda e congeniale connessione con l’estetica seicentesca, con la sua ossessione per il tema dell’illusione, dell’ossimoro, del paradosso e del contrasto, e soprattutto con quella tenace metafora “ಯ” radicale “ರ” che riconosce all’esperienza visiva, e non solo quella artistica, una natura essenzialmente “ಯ” spettatoriale “ರ”.

IMG_20180306_110154                                 Michel Lasne: Ritratto di  Jean-François Niceron- 1640/42 . Roma istituto Centrale per la grafica.

Uno dei più interessanti protagonisti di questa complessa congiuntura è il matematico e teologo francese Jean-François  Niceron (Parigi 1613  – Aix- en-Provence 1646), entrato in giovane età nell’ordine dei Minimi di San Francesco di Paola e dedicatosi altrettanto precocemente allo studio dell’ottica e della prospettiva.  Niceron pubblicò nel 1638 il celebre trattato La Perspective curieuse, magie articielle des effets merveilleux de l’optique par la vision directe, poi ripubblicato in edizione estesa e tradotta in latino nel 1646, con il titolo di Thaumaturgus opticus, ristampata in francese nel 1652. Niceron non fu solo un teorico della prospettiva, ma lasciò anche dei saggi concreti della sua teoria come nel caso del famoso affresco anamorfico di  San Giovanni a Patmos, realizzato nei corridoi del convento romano di Trinità dei Monti. Sulla scorta dei precoci esperimenti del celebre pittore francese Simon Vouet (Parigi 1590 –Parigi 1649), egli realizzò anche alcune anamorfosi circolari osservabili solo tramite uno specchio cilindrico.

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Jean-François Niceron:Anamorfosi catottrica. S.Francesco di Paola         Costruzione dell’anamorfosi catottrica con  S. Francesco di Paola

Quattro di questi dipinti, datati intorno al 1635, sono conservati nei depositi di Palazzo Barberini, e sono stati raramente esposti al pubblico, anche per la difficoltà pratica di consentire l’effettiva fruizione dell’immagine rappresentata. In mostra sono inoltre esposti due esemplari delle opere a stampa del frate francese, La Perspective curieuse e il Thaumaturgus opticus, accompagnate da un dispositivo che permette la consultazione e l’esplorazione diretta di una versione digitale dei testi, illustrati da un ricco corredo di tavole, disegni e diagrammi. Oltre ai due volumi, è presente anche il curioso “ಯ” canocchiale anamorfico “ರ” di Niceron, che consente al pubblico di scoprire come vedere un’immagine che non c’è.

getImage                              La grande Colonnata Illusionistica realizzata da Francesco Borrini nel Palazzo Spada Capodiferro

Tutto questo ci spinge verso il desiderio di scoprire quanto resta oggi nei monumenti e nelle opere d’arte della Roma Barocca ispirate alla amanorfosi  e  vivere di persona una città diversa da quella presente nella realtà che non esiste e non é mai esistita se non nei desideri dei nostri predecessori. Così si possono trovare nella nostra città opere capaci ancor oggi di “destare meraviglia” a partire dall’astrolabio  nel convento di Trinità dei Monti, insieme ai ritratti di S.Francesco di Paola del 1642, realizzato da Emmanuel Maignan, e di S.Giovanni Evangelista nell’isola di Patmos del 1642 dello stesso Niceron, tutte visibili solo su prenotazione e previo contatto con le suore francesi che ne sono custodi.  Nel cortile di Palazzo Spada Capodiferro, oggi sede condivisa dal Consiglio di Stato e dalla Galleria Spada, accesso al pubblico negli orari di apertura della Galleria,  si può ammirare la Colonnata Illusionistica realizzata da Francesco Borromini nel 1653. Inoltre l’alter ego del Borromini: Gian Lorenzo Bernini, decora negli anni 1663/66 la Sala Regia del Palazzo Apostolico nella Città del Vaticano, purtroppo visibile solo in televisione nel corso dei ricevimenti del Corpo Diplomatico accreditato  presso lo Stato Vaticano.  A tutto questo si aggiungono, entrambe pienamente  fruibili, le stanze di S.Ignazio di Loyola, nella Casa Professa dei Gesuiti a Piazza del Gesù, decorate da Andrea Pozzo nel 1681/86 e l’affascinante Cupola Illusionistica realizzata sempre da Andrea Pozzo nel 1685  per la Chiesa di S. Ignazio nell’omonima piazza.

E’ stata predisposta dalla Direzione delle Gellerie Barberini/Corsini anche un’interessante attività didattica, curata dall’Associazione “Si parte”,  da prenotare per e.mai:l didattica@siparte.net . Quella riservata alle scuole prevede incontri sui temi:

  • Occhio in camera, per i ragazzi dai 14 ai 19 anni,.Un’occasione per scoprire come funziona l’occhio umano, attraverso la creazione di una camera oscura in miniatura.
  • La visione stereo”, per i giovani dai 14 ai 19 anni). Grazie alla costruzione di stereoscopi portatili, le fotografie scattate dai ragazzi saranno trasformate in immagini tridimensionali “Prismi magici” ragazzi dai 10 ai 13 anni. Attraverso la realizzazione di prismi magici, i ragazzi ricreeranno giochi ottici vicini a quelli realizzati dalle anamorfosi di Nicèron.
  • Cilindri specchianti” ragazzi dai 10 ai 13 anni. Un laboratorio per scoprire come si creano le anamorfosi catrottiche.

Per gli adulti, invece sono riservate visite guidate gratuite con prenotazione obbligatoria e  previo acquisto del biglietto del museo,  nelle giornate di domenica 18 marzo 2018, ore 16.00 -15 aprile 2018, ore 16.00 – 13 maggio 2018, ore 16.00 e 10 giugno 2018, ore 16.00. E’ possibile organizzare visite per gruppi anche in altre date.  A queste si aggiungono workshop sul tema “Arte e Scienza” con tecniche di storytelling, gratuiti con previo acquisto del biglietto al museo e prenotazione obbligatoria nelle Domeniche:  22 aprile 2018, ore 16.00 – 20 maggio 2018, ore 16.00.

Roma – Palazzo Barberini Via delle Quattro Fontane, 13. Mostra: “Curiose riflessioni. Jean-François Niceron, le anamorfosi e la magia delle immagini” fino al 3 giugno 2018  dal martedi alla domenica con orario 8,30/19,00 Costo del biglietto d’ingresso intero €.12,00 ridotto €.6,00 valido 10 giorni per le Gallerie Barberini e Corsini – Via della Lungara – . Gratuità come previste dalla legge. Informazioni e prenotazioni telefono 06.4824184 e.mail comunicazione@barberinicorsini.org

Capriccio architettonico con astanti – Ritorna fruibile grazie al recupero dei Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale.

Testo e foto di Donatello Urbani

Il recupero di questo dipinto: olio su tela, conosciuto come “Capriccio Architettonico con astanti”, la cui attribuzione è contesa ad oggi tra due dei massimi esponenti del periodo vedutista italiano, ovvero Giovanni Paolo Pannini (1691-1765) e Andrea Locatelli (1695-1741), da parte delComando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, è avvenuto dopo aver consultato la Banca Dati dei Beni Culturali illecitamente sottratti,  che ha confermato la corrispondenza dell’opera con quella rubata e ha consentito di accertare che il dipinto era stato consegnato, da un antiquario, alla filiale romana della casa d’aste di Londra che, a sua volta, ne aveva chiesto e ottenuto l’attestato di libera circolazione.

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Nel novembre 2017, durante l’attività di monitoraggio del mercato delle opere d’arte, i militari della Sezione Antiquariato hanno individuato, in una importante casa d’asta londinese, l’opera raffigurante Capriccio Architettonico con astanti, in procinto di essere messa in vendita, con un prezzo di partenza di 40.000 sterline, pari a circa 50.000 euro.  La richiesta di restituzione è stata immediatamente formulata, insieme alla documentazione che ne attestava la proprietà,  hanno consentito che il dipinto venisse rimpatriato; cosa avvenuta, in questi giorni, una volta esperite le formalità da parte della Procura della Repubblica di Roma. Il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo ha consentito che le collezioni d’arte delle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma – Palazzo Barberini e Galleria Corsini,  rientrassero in possesso di un’opera loro appartenuta a seguito di una donazione avvenuta nel 1892 da parte della famiglia nobiliare Torlonia. Le vicende successive dicono che Il 1° gennaio 1925 fu data in deposito a Palazzo Venezia dopo essere stato in mostra a Castel Sant’Angelo nel 1911 e nel 1920. Il 20 febbraio 1958 è stato ceduto in deposito temporaneo all’istituto culturale “delegazione opere d’arte astalli” – Archivio Siviero – Delegazione per le Restituzioni del MAE (Ministero Affari Esteri). Il 1° gennaio 1994 è stato rubato. Durante l’attività d’indagine è emersa nella monografia di Andrea Locatelli a cura di Andrea Busiri Vici del 1976, nella scheda n. 11, una attribuzione non a Panini ma a Locatelli.

Roma – Galleria d’Arte Antica di Palazzo Barberini – Via Quattro Fontane

Looking forward. Olivetti: 110 anni d’immaginazione

Testo e foto di Mariagrazia Fiorentino e Donatello Urbani

Tutto iniziò 110 anni fa con una dichiarazione d’amore che Camillo Olivetti scrisse alla moglie con la prima macchina che di li a qualche giorno avrebbe prodotto in serie. Looking forward, guardare avanti è quanto viene  proposto al visitatore di questa mostra oltre essere stato l’obbiettivo perseguito dalla Olivetti  in questi 110 anni.

IMG_20180219_123652                          Modello M1, primo modello prodotto nel 1908 da Camillo Olivetti, fondatore dell’omonima industria

Massima che trova conferma anche nelle parole dei curatori nel presentare quesrta mostra: “Il racconto si compone di due parti. La prima, Raccolta visiva, a cura di Manolo De Giorgi, è un viaggio sintetico nel progetto Olivetti attraverso una trentina di temi che hanno per filo conduttore la modernità. La seconda, Disegnare la vita, a cura di Ilaria Bussoni e Nicolas Martino, è una narrativa che utilizza scatti fotografici, manifesti pubblicitari e parole ed usa l’archivio dell’Associazione Storico Olivetti come un materiale vivo a partire dal quale guardare non solo la storia, ma il presente e il futuro possibile. La narrativa visuale presenta più di 150 scatti (stampe fotografiche originali, inedite e in maggior parte mai esposte prima) di alcuni dei maestri della fotografia del secolo scorso quali Henri Cartier-Bresson, Gianni Berengo Gardin, Ugo Mulas, Francisc Català Roca, Fulvio Roiter. Oltre a una selezione di decine di manifesti tra i più sorprendenti della produzione mondiale di Olivetti e una collezione delle locandine pubblicitarie di Giovanni Pintori tra la fine degli anni ‘50 e l’inizio dei ‘60”.

IMG_20180219_114324                                                   Giovanni Pintori: Annunci pubblicitari realizzati per la Olivetti negli anni 1958/62

A queste si accompagnano una selezione di prodotti iconici del marchio Olivetti- dalla M1, la prima macchina per scrivere del 1908 che apre il percorso espositivo, fino alla Lettera22,nata nel 1950 su progetto di Marcello Nizzoli, e passando  per la P101, primo personal computer progettato nel 1965 da Pier Giorgio Perotto (amabilmente ribattezzata “Perottina”), si arriva alla Valentine, macchina da scrivere manuale portatile del 1969.  Un ruolo importante è stato ricoperto nella produzione Olivetti anche da alcuni degli oltre 20 oggetti in mostra, senza trascurare gli ultimi arrivati che hanno inaugurato il nuovo corso digitale instaurato dall’azienda, come nel caso del Form200, registratore di cassa connesso e primo prodotto realizzato grazie al concorso Olivetti Design Contest promosso dall’azienda tra le maggiori università europee di design.

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Olivetti: Modello P101, primo personal computer                       Macchina da scrivere eletrrica modello Praxis 48, prodotta nel 1964                                                             

E’ a fine percorso che s’incontra  la vera “star” della rassegna: la nuova Olivetti APA, una macchina per processare big data caratterizzata dalle molteplici funzioni. “Recentemente è stata prestata”, afferma Riccardo Delleani, amministratore delegato della Olivetti, “alla Questura di Roma che l’ha utilizzata in occasione di una importante manifestazione, che ha visto la partecipazione di un gran numero di persone, quale conta persone e loro classificazione. La bellezza degli oggetti e delle immagini presenti in questa  mostra rappresentano una delle forme più visibili dei valori di questa esperienza con l’obbiettivo di dare ai visitatori stimoli vitali per guardare avanti – lookin forward –  con l’aiuto di una grande storia”.

Roma:  Galleria Nazionale d’Arte Moderna e contemporanea –  Via Gramsci, 69/73 – ingresso diosabili al n.71 – fino al 1 maggio 2018 con ingresso gratuito ed in orari dalle ore 10,00 alle 18,00 dal martedi alla domenica. Informazioni: lagallerianazionale.com – #LaGalleriaNazionale – #Olivetti – telefono +39.06.32298221

Elogio della carta – Le opere di tre artisti contemporanei, acquisite dal Polo Museale del Lazio, entrano nella prestigiosa collezione del Museo Hendrik Christian Andersen.

Testo e foto di Mariagrazia Fiorentino e Donatello Urbani

Le nuove acquisizioni del Polo Museale del Lazio realizzate  grazie a un finanziamento della Direzione Generale Arte e Architettura contemporanee e Periferie urbane per l’anno 2016 per arricchire la collezione delle opere d’arte del Museo  Hendrik Christian Andersen, hanno interessato tre artisti contemporanei: Alfonso Filieri, Matteo Montani e Nello Sonego. Caratteristica comune a queste opere è avere la carta come vera protagonista delle creazioni tanto da dare il titolo alla mostra “Elogio della carta”.

IMG_20180215_190924                                                                                       Matteo Montani – 201

Il percorso espositivo si articola in due sezioni. Al  pianterreno, nel Salone dei Gessi, sono state collocate le opere della prima sezione che si apre con l’opera a sei mani Libro della leggenda del rosso (2018), ispirato a frammenti del libro” Il mio nome è Rosso” di Orhan Pamuk, che comprende libri d’artista e opere a muro, su carta e su tela.  A queste si aggiungono anche una parte delle opere acquisite dal Museo H. C. Andersen a seguito di un bando, e successiva selezione, conclusasi con l’acquisto dell’installazione di Matteo Montani, ”Essere viventi” del 2014.

Nel primo piano sono presenti le opere della seconda sezione  tutte realizzate dai tre artisti per questa mostra  insieme a 11 libri d’artista di Alfonso Filieri e Nelio Sonego, anch’essi acquistati dalla Direzione Generale Arte e Architettura contemporanee e Periferie urbane sul Piano per l’Arte Contemporanea dell’anno 2016 per il Museo Andersen. A questa acquisizione si collega la presentazione di altri 13 libri d’artista della collezione “Orolontano” donati da Alfonso Filieri al Museo.

IMG_20180215_190821                                                                                          Alfonso Filieri – 2016

La Direttrice del Polo Museale del Lazio, Dott.ssa Edith Gabrielli, in occasione della presentazione di questa rassegna, ha voluto precisare le preminenti caratteristiche: “Una mostra dedicata alle immagini e alle parole che, nel loro teso e avvincente contrappunto, riportano in auge il più antico e affascinante degli adagi, l’oraziano ut pictura poesis, rimarcando il carattere sinestetico e metaforico dell’esperienza artistica. Libri d’artista che diventano così vere e proprie scatole magiche, raccolte di testi e immagini poetiche in cui i caratteri a stampa si mescolano con le tracce, le macchie e le campiture che gli artisti creano utilizzando le carte più diverse, dalle trame spesse o sottili, quasi trasparenti filigrane dove colori dalle mille sfumature si alternano alle pieghe e alle naturali crespature della carta generando un’altra scrittura e una sorprendente e singolare grammatica”.

Roma- Museo Hendrik Christian Andersen – Via Pasquale Stanislao Mancini, n.20 – fino al 6 maggio 2018 con ingresso gratuito. Orario museo tutti i giorni 9.30–19.30 (ultimo ingresso alle ore 19.00; chiuso il lunedì. Info: tel 06 3219089–Andersen-161429973926958/timeline  pm-laz.museoandersen@beniculturali.it https://twitter.com/MuseoAndersenhttps://www.facebook.com/Museo-Hendrik-Christian

Soglie di Luce – Opere di Pietro Gentili dal 1970 al 2000 in mostra nella Casina delle Civette- Parco di Villa Torlonia, Roma

Testo e foto di Donatello Urbani

Un sottile legame, impalpabile come la luce, lega le opere di Pietro Gentili, presenti nella Capitale per la prima volta dopo la scomparsa dell’artista, con quelle della collezione permanente di questo particolare museo che ha nelle vetrate il nucleo principale delle opere d’arte esposte. Entrambe infatti hanno in comune proprio la luce come soglia verso un’altra dimensione.

IMG_20180216_170722                                                 Pietro Gentili: Polimaterico 1969 – Tempera, specchi su legno

Infatti nell’affascinante Casina delle Civette, raro esempio di stile liberty a Roma, sono ospitate, fino al 27 maggio 2018, ben 50 opere tra quadri, sculture, gioielli, moduli tridimensionali realizzate utilizzando tempera, foglia d’oro e d’argento, sabbia, polvere di specchio, plexiglass, realizzate da Pietro Gentili dal 1970 al 2000, con l’intento di fare conoscere l’insolito universo artistico che ha caratterizzato tutta la produzione di questo artista.

dav                          Pietro Gentili: “Angeli” – 1986. Tempera, specchio, foglia d’argento su legno.

Come affermato dal curatore Claudio Cerritelli: “ Tra scudi di angeli, cieli stellati, porte aperte su di uno spazio e giochi di superfici riflettenti, filo conduttore dell’esposizione è la luce come soglia verso un’altra dimensione. L’immagine della “porta” si pone come luogo del mistero conoscitivo dell’arte, soglia dove si avverte il desiderio e la ricerca della luce spirituale, percepita nella vastità senza fine del tempo. Il percorso creativo di Pietro Gentili ha un carattere talmente singolare da escludere ogni possibile appartenenza al gioco delle tendenze artistiche contemporanee a causa della sua visione trascendente di spazio e tempo, per la sua autonoma ricerca di valori esistenziali che presuppongono una dimensione cosmica. Il mondo di astrazione del suo lavoro ha, tuttavia, attinenze dirette con tutto un filone di arte contemporanea di carattere mistico-simbolico-spiritualistico che si rifà al mondo orientale, alla religione e alla filosofia Zen. Secondo Pietro Gentili ogni artista dovrebbe, con generosità, donare al mondo la bellezza del proprio cuore e non i suoi disagi, la poesia struggente della propria anima e non le sue pene”.

11Pietro Gentili: “Collana in legno” – 1972. Legno, foglia d’oro e argento, tempera e filo di cuoio. Foto Courtesy Ufficio stampa Paola Saba.

Questa comunanza di linguaggio artistico cementato anche da un comune senso religioso, in particolare con le vetrate di Paolo Paschetto, pastore valdese, ha trovato la sua ragion d’essere nei gioielli che sono immaginati per essere indossati da una figura di donna stilizzata, estranea alla celebrazione della sua immagine di massa e tutta concentrata nel sogno dei valori interiori. Come scritto nel prezioso catalogo, edito in italiano ed inglese,:”… le ricerche plastico-pittoriche, nel caso del gioiello, tutto è immaginato in relazione a un corpo legato alla dimensione sacrale della bellezza di cui Gentili interpreta l’aspetto mistico e spirituale. Per Gentili l’immagine della bellezza che trapassa l’anima è legata alla luce, all’aspetto immateriale della creazione, all’immediatezza dell’eterno presente”.

Per l’occasione sono state programmate interessanti iniziative turistico-culturali a partire da: Domenica 4 marzo – ore 17.00 “Soglie di luce: dialoghi sull’uomo e sull’artista Pietro Gentili” Incontro – Intervista con Emanuela Gentili, figlia dell’artista, a cura di Maria Grazia Massafra, cocuratrice della mostra insieme a  Claudio Cerritelli

Mostra: “Soglie di Luce. Opere di Pietro Gentili dal 1970 al 2000” Musei di Villa Torlonia, Museo della Casina delle Civette, via Nomentana 70, Roma fino al 27 maggio 2018. Orario mostra: dal martedì  alla domenica  9.00 – 19.00. Informazioni tel. 060608

Venezia sposa il mare con la sponsorizzazione della Rigoni di Asiago

Testo e foto di Mariagrazia Fiorentino e Donatello Urbani

Il progetto dei lavori di restauro insieme a quelli di valorizzazione della fontana del giardino del Palazzo di Venezia dove è raffigurata la statua di Venezia nell’atto del lancio dell’anello d’oro , simbolo del suo sposalizio con il mare, verrà intrapreso quanto prima con l’intento di offrire ai romani e ai turisti di passaggio nella nostra città, già dal prossimo mese di luglio, sia un punto di relax nel giardino del Palazzo di Venezia nel pieno centro storico, sia una attrattiva in più alle tante offerte tanto dalla collezione permanente del  museo che da quelle presenti negli spazi del piano nobile  dell’ex appartamento Cibo con esposizioni temporanee di grande interesse culturale e turistico.

venezia - anello sposalizioCarlo Monaldi: Venezia getta l’anello nell’atto di sposare il mare. Questo gesto vuole ricordare la Festa della Sensa, celebrata ogni anno  dal 1177 al 1796 nella domenica in cui ricorre la Festa dell’Ascensione – Festa della Sensa – . Il Doge saliva sul Bucintoro, la sua nave di rappresentanza, con tutto il suo seguito, il clero, gli ambasciatori presenti, i Capi del Consiglio dei Dieci e le altre autorità, seguito da un folto corteo di barche di ogni forma e dimensione, tutte parate a festa e, giunti davanti al Forte di S.Andrea, il Patriarca versava dell’acqua benedetta mentre il Doge lasciava cadere in acqua l’anello d’oro, pronunciando queste parole: “Ti sposiamo, o mare, in segno di eterno dominio”.

La saggia politica seguita dalla direzione del Polo Museale del Lazio condotta dalla Dott.ssa Edith  Gabrielli, è riuscita a catturare l’interesse di privati  sull’immenso patrimonio artistico gestito dal Polo, sparso in oltre quaranta musei.  In questo caso grazie alla collaborazione con la società di comunicazione veneziana Fondaco che si occupa di valorizzare il patrimonio nazionale storico, artistico e culturale, è stata coinvolta la Rigoni di Asiago, un gruppo alimentare italiano che ha rivolto la propria produzione alla sostenibilità con una particolare attenzione al biologico e al rispetto dell’ambiente. Partendo da queste premesse la Rigoni di Asiago si é assunta l’onere della sponsorizzazione di un progetto, denominato “La natura nel cuore di Roma”  rivolto ai lavori di restauro di questa fontana conosciuta come “Venezia sposa il mare”, opera settecentesca dello scultore Carlo Monaldi.

dav                                                                             Veduta  della Fontana “Venezia sposa il mare”

Questo progetto, come affermato in conferenza stampa,  non é “solo una sponsorizzazione, ma una vera e propria operazione culturale che lega i temi propri della politica imprenditoriale di Rigoni di Asiago al più ampio progetto dello sviluppo di Palazzo Venezia”. “Per questo”, sono le parole  di Andrea Rigoni, Amministratore Delegato della Rigoni di Asiago, “ abbiamo aderito con particolare slancio al progetto, riconoscendo nell’opera gli stessi valori che hanno caratterizzato lo spirito dell’azienda in quasi un secolo di vita: il recupero delle tradizioni, il gusto per la ricerca sul bello e sul buono, l’arte di creare e produrre qualità.”  La scelta della fontana rappresenta infatti un’occasione per il Polo Museale del Lazio e per la Direzione del Palazzo di consolidare quel senso di progressiva riappropriazione culturale del luogo da parte della collettività, suscitato dagli interventi in corso. Questo giardino già dal 2016 è una meta ambita, specie nei mesi caldi, di turisti e romani per una pausa verde, grazie anche al facile accesso  con le sue aperture da tre ingressi: via del Plebiscito, via degli Astalli e piazza San Marco.  Significative in proposito le parole della Direttrice del Polo Museale del Lazio, Dott.ssa Edith Gabrielli; “ Si rileggono così immediatamente le prospettive rinascimentali e il rapporto con la Chiesa di San Marco che era andato perduto nei secoli. Per chi attraversa il giardino, la fontana rappresenta un perno compositivo, visibile da tutti gli ingressi, un punto di attrazione che accoglie durante il giorno centinaia di visitatori e per molti significa una sosta, un momento inaspettato di pace che si presenta nel cuore più caotico della città. Il suo restauro rientra negli interventi che il Polo aveva già previsto nella sua attività di programmazione a medio termine e che, grazie a questa opportunità, diventa immediatamente attuabile”.  Sarà infine possibile seguire anche in diretta streaming con una telecamera web le varie fasi dei lavori di restauro.

dav                                                                         Veduta  della Fontana “Venezia sposa il mare” e del giardino

Tra il 1910 ed il 1913 il giardino-viridarium di Paolo II, ormai noto come Palazzetto, fu abbattuto e ricostruito in posizione arretrata per consentire l’ampliamento della piazza e la visione diretta del Vittoriano. Nel 1916 il Regno d’Italia rivendicò il palazzo all’Austria e il ruolo simbolico- nazionalistico assunto dall’edificio dopo la restituzione spinse Benito Mussolini, nel 1922, a sceglierlo come sede del governo fascista (1929-43) ed utilizzarlo come proprio ufficio la Sala del Mappamondo in cui si apre il celebre balcone settecentesco. Tra gli interventi sul palazzo di quel  periodo, si segnala la costruzione del nuovo scalone monumentale, progettato da Luigi Marangoni, a celebrazione della nazione e dei territori conquistati all’Austria nella III guerra d’indipendenza (1866) e nella prima guerra mondiale (1915-18).

Di non minor interesse turistico e culturale è la fontana opera di Carlo Monaldi , nato a Roma intorno al 1683, come si desume dall’iscrizione alla base della statua di S. Gaetano da Thiene, sua opera del 1730 in S. Pietro in Vaticano, nella quale si dichiara romano e di anni 47. La fontana nella “corte grande” del palazzo, subito visibile dall’ingresso di Piazza San Marco, 47, fu costruita nel 1730  su incarico dell’allora ambasciatore della repubblica veneta Barbon Morosini. E’ formata da una grande vasca ellittica, con bordo a fior di terra, fiancheggiata da un corridoio con due lunghi sedili in pietra ingentiliti da quattro graziosi puttini che sostengono gli stemmi dei territori d’oltremare conquistati da Venezia: Cipro, Dalmazia, Morea e Candia. I putti in pietra recanti gli scudi con i nomi delle conquiste veneziane vennero aggiunti nel 1930 da G. Prini. La composizione, come affermato in conferenza stampa, ideata dal Monaldi  “coinvolge i concitati spazi circolari barocchi in una originale visione dal ritmo avvolgente delle figure eleganti e risolte con un cromatismo modulato e lineare tipico del barocchetto romano”. Nella vasca numerosi pesci in travertino gettano sottili zampilli d’acqua mentre al centro, su una doppia conchiglia sostenuta da tre robusti tritoni, si erge una statua marmorea raffigurante Venezia, in fiero atteggiamento, con il corno dogale sul capo e in atto di gettare l’anello nuziale per lo sposalizio del mare. Ai sui piedi figura da una parte il leone alato di S. Marco con un libro aperto, dall’altra un sorridente puttino che svolge un rotolo con un iscrizione in latino la quale ricorda che la fontana fu costruita non solo a vantaggio degli abitanti del palazzo, ma anche di quelli vicini e che la deviazione dell’Acqua Vergine da piazza di Trevi fu dovuta alla munificenza dei pontefici Alessandro VIII Ottoboni (1689-1691) e Benedetto XIII Orsini (1724-1730).

Museo Nazionale di Palazzo Venezia Via del Plebiscito, 118 – 00186 Roma  tel. +39 0669994284; http://museopalazzovenezia.beniculturali.it

 

 

La Madonna Esterhazy di Raffaello – In esposizione temporanea alla Galleria nazionale d’Arte Antica – Palazzo Barberini – Roma

Testo e Foto di Donatello Urbani

Trovare un’opera di Raffaello che potesse sostituire la celeberrima “Fornarina” in prestito all’Accademia Carrara di Bergamo fino a maggio, non era cosa di così facile reperimento. L’occasione offerta alla Pinacoteca Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini di Roma, che si privava temporaneamente di un’opera di così grande richiamo,  è stata offerta dalla chiusura temporanea del Szépművészeti Múzeum,di Budapest per lavori di restauro, proprietario dell’altrettanto famosa “Madonna col Bambino e San Giovannino” meglio conosciuta con il nome del precedente proprietario “Madonna Esterhàzy”.

IMG_20180130_105105                                                                                                  Madonna Esterhàzy

La Madonna Esterházy di Raffaello è una tavola in pioppo di piccole dimensioni (cm 29 x 21,5), dipinta intorno al 1508, tra la fine del periodo fiorentino e l’inizio di quello romano. In quell’anno, cruciale per l’arte dell’Occidente, si aprivano i cantieri per le decorazioni del nuovo Vaticano: la volta della Cappella Sistina e le Stanze degli appartamenti papali. Raffaello, forse su invito di Donato Bramante, allora direttore della fabbrica di San Pietro, amico di famiglia e legato al padre Santi da una lontana parentela, giunge a Roma in quell’anno ed è in questa città che si propone di terminare  quest’opera. Significativo in proposito è il  confronto con il disegno preparatorio  conservato presso il Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi – qui rappresentato con una riproduzione in grande formato – che evidenzia il momento di passaggio intellettuale dell’artista dal mondo fiorentino a quello romano.

IMG_20180130_104648                                                                            Disegno preparatorio dalla “Madonna Esterhàzy”

Nel disegno infatti il fondale presenta un partito tipicamente fiorentino fatto di colline e alberi. Si tratta di un primo stato, diverso da quello finale su tavola, dove si vedono invece rovine antiche di sapore romano, nelle quali si sono voluti riconoscere i resti del Tempio di Vespasiano e della Torre dei Conti oppure delle Milizie nel Foro Romano. Tutti elementi dell’antico che rimandano inconfutabilmente alla città di Roma.

Afferma la curatrice Cinzia Ammannato nel corso della conferenza stampa: “Non è chiara la committenza: una scritta sul retro, non più visibile, riconduceva a Elisabetta, madre di Maria Teresa d’Asburgo, e a un dono dell’opera da parte di Clemente XI Albani. La tavoletta rientra in una serie di quadri di Raffaello che legano bene fra loro, come la Madonna del Baldacchino in Palazzo Pitti a Firenze e la Sacra Famiglia Canigiani della Alte Pinakothek di Monaco. Nulla è casuale in quelle opere strettamente connesse, nonostante le rispettive diverse scale di grandezza. Riflettono ricerche tanto coerenti da poterle datare con buona approssimazione in un circoscritto giro di mesi dell’intensissima vita dell’autore”. L’opera sarà in seguito venduta alla famiglia Esterhàzy che, a loro volta, la trasferiranno in maniera definitiva al Szépművészeti Múzeum,di Budapest, attuale detentore.

IMG_20180130_104726_1                                                                      Giulio Romano: “Madonna col Bambino” (Madonna Hertz)

La tavola viene esposta oltre a una riproduzione in grande del correlato disegno preparatorio, accanto ad altre tre opere provenienti dalle Gallerie Nazionali d’Arte Antica di Roma – Palazzo Barberini/Corsini-, simili per formato e ambiente, dalla quale vari importanti autori hanno tratto ispirazione. E’ offerta pertanto la buona occasione di poter ammirare significative opere di Giulio Romano (Roma 1499 – Mantova 1546): Madonna col Bambino (conosciuta come Madonna Hertz), 1515 circa, un olio su tavola; da Raffaello, Madonna col Bambino (Madonna dei garofani), XVI secolo olio su tavola; infine da Raffaello, un Gesù Bambino, XVI secolo anch’esso olio su tavola.

Roma – Gallerie Nazionali di Arte Antica, via delle Quattro Fontane, 13 – Palazzo Barberini – fino all’8 aprile 2018 con orario dal martedì alla domenica 8.30 – 19.00. La biglietteria chiude alle 18.00. Costo del biglietto d’ingresso intero 12 € – ridotto 6 €  valido dal momento della timbratura per 10 giorni in entrambe le sedi del Museo di Palazzo Barberini e Galleria Corsini. Gratuità concesse come previste dalla legge. Informazioni: tel. 06-4824184;  e. mail: comunicazione@barberinicorsini.org

Divine Creature – Il più importante e prestigioso museo al mondo apre le sue porte ai disabili con una mostra.

Testo e foto di Donatello Urbani

Ancor oggi per molte persone i disabili occupano l’ultimo gradino nella nostra società; di rimando i Musei Vaticani, da oggi e fino al  3 marzo, riserva loro un prestigioso spazio all’interno della sua reception dove è possibile visitare gratuitamente una mostra fotografica che presenta dieci fra i maggiori capolavori dell’arte pittorica di tutti i tempi dove i protagonisti hanno assunto i volti di disabili e di loro familiari. In questa operazione, affrontata dal fotografo Leonardo Baldini su un’idea di Adamo Antonacci – Stranemani International – con tutti i crismi richiesti dalla realizzazione di un’opera d’arte, sono state coinvolte oltre 45 persone affiancate da circa 20 tecnici tra truccatori, costumisti scenografi, direttori delle luci e della fotografia.

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Back-stage per “Angiolino Musicante” – Rosso Fiorentino 1521                                                                     Pietro Lastrucci – Angelo

La mostra dopo una prima esposizione al Museo dell’Opera del Duomo di Firenze, approda ora ai Musei Vaticani e si propone con “dieci lavori fotografici che ricreano altrettanti capolavori di arte sacra. Le opere rivisitate spaziano dal Rinascimento all’inizio del Novecento e creano un percorso iconografico intorno alle principali tappe della vita di Gesù, dall’Annunciazione fino alla Resurrezione.

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Back-stage “Annunciata di Palermo” -Antonello da Messina 1470                            Sara Cianca- Madonna- Foto Courtesy Musei Vaticani

Gli “attori” coinvolti per dare volto, corpo ed espressione ai personaggi del racconto sacro, sono uomini, donne, ragazzi e bambini portatori di disabilità, insieme ai loro familiari”, come scrivono i curatori. I capolavori dai quali è nata la rassegna in una sorta di ‘passeggiata mistica’ sono: l’Annunciata di Palermo  -Antonello da Messina (1476), l’Annunciazione – Caravaggio (1609), l’Adorazione del bambino –  Gherardo delle Notti (1620), l’Angiolino musicante - Rosso Fiorentino (1521), Il bacio di Giuda -  Giuseppe Montanari (1918), l’Ecce Homo - Lodovico Cardi detto il Cigoli (1607), Cristo e il Cireneo - Tiziano (1560 circa), il Lamento sul Cristo morto - Mantegna (1475-80), il Trasporto di Cristo al sepolcro - Antonio Ciseri (1870) e la Cena in Emmaus - Caravaggio (1606).

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Paolo Pagni – Giuda; Gabriele Cappelli – Gesù                           Giuseppe Montanari “Bacio di Giuda”- 1918- opera esposta in originale

Il percorso espositivo oltre le grandi opere d’ate ispiratrici ed i dieci originali fotografici, espone alcuni oggetti e suppellettili di scena che hanno avuto un ruolo di primo piano nonchè foto del backstage allo scopo di mostrare la qualità e la complessità del lavoro dei ragazzi e dei tanti specialisti coinvolti nella realizzazione dei set e del processo di postproduzione.

La mostra è accompagnata dal catalogo italiano/inglese (Edizioni Mandragora, Firenze), con testi di Adamo Antonacci, Leonardo Baldini, Micol, curatrice, Forti, Barbara Jatta, direttrice Musei Vaticani, Andrea Mannucci, Antonio Natali, Mons. Timothy Verdon, direttore Museo Opera del Duomo di Firenze, ricco d’immagini a colori pag. 82 costo €.15

Roma – Musei Vaticani – Viale Vaticano fino al 3 marzo 2018 con ingresso gratuito il visitatore, tuttavia, è tenuto al rispetto della fila d’accesso ai Musei e al consueto controllo di sicurezza.

Fuori Tutto – La mostra delle mostre – L’Istituto di Cultura Giapponese a Roma presenta in una mostra il meglio delle attività pregresse promosse a partire dalla sua fondazione.

Testo e foto di Mariagrazia Fiorentino e Donatello Urbani

Letto così di “primo acchitto (impatto)” potrebbe benissimo essere scambiato per un messaggio promozionale  di un centro commerciale; invece è un interessante rassegna che testimonia le migliori e più attraenti iniziative intraprese nella nostra città da uno dei più dinamici Istituti di Cultura stranieri in Italia nel rappresentare la loro cultura nazionale: quello giapponese. Sorse, in contemporanea a molti altri, nel 1962 quando, su iniziativa dello stato italiano, furono concessi  dal Comune di Roma ai diversi stati che avevano partecipato nel 1911 all’Expo voluto per le celebrazioni del cinquantesimo anniversario di fondazione del Regno d’Italia, alcuni appezzamenti di terreno in prossimità della Galleria d’Arte Moderna a Valle Giulia, con il preciso scopo d’istituire dei Centri rappresentativi delle varie culture nazionali. Le molte rassegne che hanno caratterizzato l’attività dell’Istituto di Cultura Giapponese a Roma, programmate insieme ad altre ad integrazione di corsi di lingua, di cucina, di giardinaggio ecc. fino alle rassegne teatrali e cinematografiche, hanno ricalcato questa caratteristica e, una volta terminate, parte dei materiali sono rientrati nei luoghi di provenienza ed altrettanti sono rimasti a Roma e  riposti in vari depositi. Dopo tanti anni era giunto il momento di renderli nuovamente attuali e riproporli in una rassegna che può essere definta “la mostra delle mostre” interamente dedicata a loro secondo la formula commerciale, tanto di moda: “out let” o “fuori tutto”. Il percorso espositivo è stato suddiviso in nove diverse sezioni, tante quante furono le principali tematiche trattate nelle varie mostre. Ciascuna sezione, nelle parole della curatrice Maria Cristina Gasperini: “…… da luce ad opere o pannelli che diacronicamente raccontano i trend dello scambio culturale e istituzionale italo giapponese degli ultimi cinquant’anni .

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Aquiloni                                                                                                                                                                       Trottole

Calligrafia, buddismo, giardini, festival, siti riconosciuti patrimonio UNESCO, aquiloni e trottole, le lampade originali di Isamu Noguchi e le foto della leggendaria missione Iwakura” dal nome dell’ambasciatore Tomomi Iwakura, capo delegazione,  che segnò nel 1871 l’inizio delle relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone , sono una affascinante occasione per riflettere sui temi eterni presenti nelle culture locali. Un reperto di notevole importanza è rappresentato dal rarissimo Hyakumanto, presunto originale, risalente dai primi accertamenti all’VIII secolo. E’ una di un milione di pagode lignee in miniatura contenenti testo sacro dharani, considerato il più antico stampato al mondo.

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Hyakumanto. Un milione di pagode                                                                                                                   Bambole

Come scrivono i curatori: “I primi esempi di testi stampati in Giappone sono l’enorme numero d’invocazioni dharani che furono, secondo le antiche cronache Shoku nihongi, realizzati tra il 774 e il 770 e poste all’interno di mini pagode lignee spesso recanti la stessa data. Il testo dharani contenuto all’nterno non venne riprodotto per la distribuzione o lettura, quanto per rituale riproduzione di testi. Tratto dal suitra conosciuto in giapponese come Muku joko dai daranikjo, tradotto in cinese dal monaco tocario Mitrasanta nel 704.  Il sutra si fonda sui benefici derivanti dalla riproduzione del testo dharani e l’inserimento nelle pagode. Su commissione dell’imperatrice Shotoku, le pagode vennero distribuite nei dieci maggiori templi del Giappone.” Di diverso sapore ma certamente di non minor fascino e importanza sono i vari aquiloni presenti in questa rassegna  e provenienti dalle varie regioni geografiche e che tutt’ora testimoniano come malgrado il notevole sviluppo dei giochi elettronici, siano ancora uno dei passatempi preferiti sia dalle persone adulte che dai ragazzi giapponesi. Una vera attrattiva che completa l’interessante percorso è rappresentato dalle bambole, vere opere d’arte tanto nella raffigurazione del personaggio quanto nella realizzazione dei costumi, alla stregua di quanto da noi rappresentano i vari personaggi del presepe. Proprio le bambole sono le protagoniste di una festa che da loro prende il nome “Hinamatsuri”  e che ricorre ogni anno nel giorno  del 3 marzo. In questa ricorrenza annuale si prega per la felicità e la crescita sana delle ragazze. In questo giorno, le famiglie mettono in mostra le bambole vestite con l’abbigliamento tradizionale della corte (hinaningyo) insieme a boccioli di pesca e a delizie come il sakè bianco (shirozake) con dolci di riso a forma di diamante (hishimochi) e palline di riso essicate ((hinaarare).

Roma-  Istituto Giapponese di Cultura – Via Gramsci,74 – Fino al 24 marzo 2018 con ingresso gratuito ed  orario: lunedi/venerdi dalle 9,00 alle 12,30 e dalle 13,30 alle 18,30 mercoledi fino alle 17,30, sabato 9,30/13,00 . Visite guidate alla mostra gratuite con obbligo di prenotazione nei giorni di giovedi 1 febbraio 2018, ore 11,30 – martedi 13 febbraio 2018, ore 17,30 – giovedi 1 marzo 2018, ore 17,30 – martedi 13 marzo 2018, ore 11,30. Informazioni e prenotazioni: telefono 06.3224754; –  e. mail: gruppi e scuole: gruppi@jfroma.it – sito web www.jfroma.it

“Egizi Etruschi” Da Eugene Berman allo Scarabeo Dorato – Un dialogo tra due grandi popoli del Mediterraneo in una mostra alla Centrale Montemartini

Testo e Foto di Mariagrazia Fiorentino e Donatello Urbani

L’incontro e il confronto fra differenti popoli che i moderni sociologi hanno chiamato globalizzazione, non è una prerogativa esclusiva dei nostri giorni. Questa mostra, allestita al piano terra della Centrale Montemartini ed inaugurata insieme al nuovo spazio di 250 mq dedicato alle esposizioni temporanee, già nel titolo “Egizi Etruschi. Da Eugene Berman allo Scarabeo dorato” presenta in maniera inoppugnabile che  il desiderio d’intrattenere buoni rapporti con i vicini era presente nei popoli fin nei tempi remoti.

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Scrivono in proposito i curatori  Alfonsina Russo, Claudio Parisi Presicce, Simona Carosi e Antonella Magagnini; “La mostra offre l’opportunità di vedere a confronto due importanti culture, affacciate sulle sponde del Mediterraneo, la cultura egizia e quella etrusca, traendo spunto dai preziosi oggetti egizi, databili tra l’VIII e il III secolo a.C., rinvenuti nelle recentissime campagne di scavo a Vulci, importante città dell’Etruria meridionale. Questi documenti raccontano degli scambi commerciali ma, soprattutto, del dialogo culturale tra queste civiltà che condivisero ideali di regalità, simboli di potere e pratiche religiose; questo testimoniano lo scarabeo egizio con il prenome del faraone Bocchoris, già noto per la menzione su un vaso da Tarquinia e gli amuleti con divinità egizie rinvenute nelle sepolture etrusche, riconducibili a un concetto comune di positività che scaturisce dalle forze vitali della natura. Un confronto che vuole anche rappresentare un’occasione di riflessione sul valore del dialogo tra le culture, relazione che è stata da sempre fonte di progresso per i popoli”.

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Scarabeo del Faraone Bocchiris       Tomba delle mani d’argento da Vulci

Il percorso espositivo prende avvio con una sezione introduttiva che permette di cogliere attraverso immagini fotografiche, volumi antichi e una selezione di opere, il gusto del collezionismo ottocentesco, in particolare quello di due cultori delle grandi civiltà del mondo antico, Augusto Castellani e Giovanni Barracco, che vissero e operarono negli stessi anni. I due collezionisti furono tra i maggiori esperti di arte antica dell’epoca, legati al composito e multiforme scenario romano della ricerca archeologica e del commercio antiquario. Entrambi, con atto di liberalità, destinarono le loro collezioni al Comune di Roma, Castellani arricchendo i Musei Capitolini e Barracco inaugurando nel 1905 un “Museo di scultura antica” ospitato in un piccolo edificio neoclassico costruito appositamente.

IMG_20171220_120451Reperti recuperati dal Comando dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale: n°1- Oinochoe attica a figure nere con Dioniso seduto e Arianna – VII sec. a.C. Già collezioni Castellani – n°2- Ex voto: statuetta di dea armata (Minerva?) in bronzo. Inizi V sec. a.C.- n°3- Statuetta di devoto in bronzo. da Velletri. Fine del VI° sec. a.C. –

A questa sezione segue l’esposizione di preziose opere egizie della collezione di Eugene Berman, pittore, illustratore, scenografo e collezionista d’arte russo, donate nel 1952 alla Soprintendenza per i Beni archeologici dell’Etruria meridionale. Il percorso espositivo prosegue con cinque sezioni: Il metallo degli dei: l’oro simbolo di regalità; Faraoni e Principi; Il sogno di immortalità; Dee e dei dall’Antico Egitto all’Etruria; L’oro di Nefertum: profumi d’Oriente. La mostra si conclude con un riferimento alla attività del Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale, con l’esposizione al pubblico del prezioso corredo funerario della Tomba dello Scarabeo dorato, trovata a Vulci nel 2016 nell’ambito della attività di contrasto agli scavi clandestini.

Centrale Montemartini Via Ostiense 106 – 00154 Roma – fino al 30 giugno 2018 con orario Martedì – Domenica ore 9-19; 24 e 31 dicembre 9-14. Chiuso: lunedì, 1 gennaio, 1 maggio, 25 dicembre. Costo del Biglietti Biglietto unico comprensivo di ingresso al Museo e alla Mostra  € 11 intero e di € 10 ridotto per i non residenti. Per i residenti a Roma: biglietto unico comprensivo di ingresso al Museo e alla Mostra € 10 intero e € 9 ridotto. Gratuito per le categorie previste dalla tariffazione vigente. Info Mostra Tel. 060608 (tutti i giorni ore 9.00 – 19.00) www.centralemontemartini.org; www.museiincomune.it