L’Istituto Storico e di Cultura dell’Arma del Genio Militare – ISCAG -.

Testo e foto di Donatello Urbani

La principale caratteristica del patrimonio culturale italiano è quella di avere una diffusione  molto ampia e frammentata sia sul territorio che su infinità di istituzioni grandi e piccole che conservano, spesso gelosamente ma sempre con la massima cura, le preziose testimonianze. Fra queste istituzioni spiccano i musei delle Armi Militari tanto che hanno richiamato l’attenzione del Ministero dei Beni Culturali che, di recente, ha stipulato con loro una specifica convenzione presso l’ISCAG il 7 luglio 2016, con le firme dei Ministri Franceschini e Pinotti. Obiettivo dell’accordo è la conservazione e la valorizzazione del ricco e variegato patrimonio conservato nei musei militari italiani con l’intento  di consentirne sia la conservazione che, speriamo in breve tempo, anche una regolare pubblica fruibilità.

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Giuseppe Ciocchetti: “Il Pioniere” – mosaico anni 1940                          Antonio Arosio: “Tipo do donna albanese” – Carta Marzo 1941

Sabato 21 aprile scorso con una bella cerimonia grazie alla borsa di studio annuale destinata ai laureandi restauratori della Scuola di Alta Formazione dell’Istituto Superiore per la Conservazione ed il Restauro, la Fondazione Paola Droghetti onlus ha finanziato il restauro del mosaico intitolato Il Pioniere, opera dei primi anni Quaranta del Novecento, che orna il salone detto di Giulio Cesare al primo piano dell’Istituto Storico e di Cultura dell’Arma del Genio, sul Lungotevere della Vittoria a Roma. Il pannello musivo, di m 3,48 x 2,18 è firmato da Giuseppe Ciocchetti, titolare all’epoca di un’attivissima bottega con sede a Roma, nota soprattutto per la scultura celebrativa e funeraria, e rappresenta il passaggio delle insegne imperiali da parte di un soldato romano a un moderno soldato del Genio, denominato ‘pioniere’ per le sue specifiche funzioni di supporto alle operazioni militari. Le condizioni conservative dell’opera rischiavano di mettere in pericolo l’integrità del manufatto, soprattutto a causa di vistosi distacchi e deformazioni del manto musivo, rendendo quindi necessario un tempestivo intervento di restauro. Questo è stato condotto dalle laureande Carlotta Taddei, assegnataria della borsa di studio, con la collaborazione di Mariaclaire Lecci; direttore dei lavori Laura D’Agostino, storico dell’arte; direttore tecnico Daniela Gennari, restauratore del Laboratorio di restauro Manufatti Musivi dell’ISCR. E’ stata questa anche una buona occasione per visitare il Museo dell’Arma del Genio Militare.

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Carro per il trasporto dei piccioni viaggiatori                                                                 Bacheche con il telegrafo e primo apparecchio radio

Il percorso espositivo si articola tutto al pian terreno di un edificio fatto costruire in epoca fascista per conservare ed esporre cimeli e testimonianze storiche di una specialità dell’Esercito Italiano che ha avuto stretti rapporti di collaborazione con le tecnologie più avanzate  disponibili nelle varie epoche.  I reperti e le testimonianze esposte offrono una visione storica delle varie tappe percorse dalla nostra civiltà  attraverso un percorso, irto di difficoltà, com’è ben comprensibile, vicino  sia alla pura ricerca scientifica che al sentimento umano. Destano meraviglia i piloti dei primi aerei, quali quelli che pilotarono l’aereo “Bleriot”,  qui esposto, dove i materiali più usati sono la tela cerata e le canne di bambù e di vimini intrecciate.

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Mongolfiera                                               Aereo realizzato da Luigi Bleriot nel 1909 con il quale trasolò la Manica

Altrettanta partecipazione e stupore sono suscitati nell’immergersi  nei panni dei primi  trasvolatori con le mongolfiere oppure l’emozione provata da Marconi quando captò il primo segnale radio, anch’esso esposto in questo museo. Nel piazzale antistante l’ingresso principale al museo, fra i vari reperti esposti, tutti già in dotazione ai reparti militari del genio, hanno trovato spazio oltre ad un carro adibito al trasporto dei piccioni viaggiatori, le prime auto progettate e costruite da industrie italiane con il preciso impiego nelle operazioni militari ed oggi assimilate tutte nella parola “jeep”. Notevoli per il valore artistico la vetrata realizzata su cartoni di Duilio Cambellotti nella vetreria romana Giuliani nell’abside della cappella, (immagine in evidenza), così come vari dipinti realizzati da pittori/scultori soldato esposti in un’ala del museo contigua alla sala conferenze. Una collezione veramente interessante che, almeno in questa occasione, ci porta a guardare con un occhio diverso questa preziosa Arma del Genio Militare non impiegata, come avvenuto di recente, in operazioni di soccorso e assistenza alle popolazioni colpite da calamità, bensì rivolto alla cultura.

“UN NUOVO VOLO SU SOLARIS”

Mariagrazia Fiorentino – Foto in evidenza courtesy Ufficio Stampa Licia Gargiulo e Marco Ferri

Ogni vera conoscenza e cultura prende coscienza se si comunica nell’arte. Una cosa bella è una gioia per sempre. Sarà la suggestiva Sala della Musica del Complesso di San Firenze a ospitare dal 28 maggio al 31 luglio 2018 la mostra “Un nuovo volo su Solaris”, promossa dal Museo Anatolij Zverev di Mosca (Museo AZ) e dalla Fondazione Franco Zeffirelli e ispirato al film del regista Andrej Tarkovski dei primi anni Settanta del Novecento.                                                                                                   

Il cinema è un’arte collettiva, nel film “Solaris” (1972) di Andrej Tarkovskij erano stati messi insieme una serie di modelli esemplari dell’arte mondiale, di oggetti creati sulla Terra e selezionati dal regista per rivivere su un altro pianeta. Per il progetto espositivo “Un nuovo volo su Solaris”, il Museo AZ propone una sua nuova selezione di opere d’arte afferenti a un patrimonio congeniale a Andrej Tarkovskij: si tratta infatti di lavori dei suoi contemporanei, i maestri dell’underground sovietico attivi tra gli anni ’60 e gli anni ’80 del Novecento. Palazzo San Firenze un’installazione futuristica che ricorda una stazione spaziale, dotata di 22 schermi per la proiezione di video che saranno composti da materiali fotografici e cinematografici unici legati all’opera di Andrej Tarkovskij.

Nella stessa sede saranno collocati anche i migliori lavori degli artisti russi della seconda metà del Novecento: Anatolij Zverev, Francisco Infante, Dmitrij Plavinskij, Dmitrij Krasnopevcev, Vladimir Jankilevskij, Vladimir Jakovlev, Lidija Masterkova, Petr Belenok, Ulo Sooster, Vladimir Nemuchin, Ernst Neizvestnyj, per un totale di 32 quadri e due sculture. Il ventennio 1960-1980, periodo in cui Tarkovskij ha girato i suoi film, in Russia è stato segnato anche dalla nascita dell’arte non ufficiale. Senza dubbio si è trattato di una sorta di “Rinascimento sovietico”, di una nuova fioritura della pittura, della grafica, della scultura d’avanguardia. Gli artisti attivi negli anni ’60 non erano uniti tra loro o con i rappresentanti di altre forme creative tramite manifesti comuni: ognuno di loro creava a modo proprio, in maniera originale ed irripetibile. Ad unire queste figure a Tarkovskij sono l’epoca storica, l’approccio innovativo al raggiungimento dei propri obiettivi artistici e l’aspirazione irrefrenabile alla libertà, nell’arte prima di tutto.

“La scelta della Fondazione Zeffirelli come partner del Museo AZ per la realizzazione del progetto ‘Un nuovo volo su Solaris’ non è casuale – dice Natalia Opaleva – poiché Franco Zeffirelli, una vera e propria leggenda dell’arte mondiale, è nato a Firenze; Andrej Tarkovskij, regista russo noto in tutto il mondo, è vissuto a Firenze dopo aver lasciato l’Unione Sovietica. E l’Italia è collegata a momenti cruciali della biografia di Tarkovskij, come il conferimento del Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia per L’infanzia di Ivan, o la sceneggiatura e le riprese del film Nostalghia portate avanti insieme a Tonino Guerra. L’incontro di questi due grandi nomi a Palazzo San Firenze – conclude la direttrice Opaleva – ci ricorda non solo le vette raggiunte dall’arte nel passato, ma ci parla anche della prosecuzione del dialogo tra Italia e Russia, in particolare tra le culture dei due paesi. Il nostro comune volo sul pianeta Solaris appassionerà tanto gli amanti della fantascienza e i cinefili, quanto gli esperti e gli estimatori delle belle arti che, da tutto il mondo, vengono a visitare Firenze”. L’amore di Franco Zeffirelli per la cultura russa è antico aggiunge Pippo Zeffirelli, vicepresidente dell’omonima Fondazione -. Uno dei suoi primi lavori in compagnia di Luchino Visconti fu realizzare le scene delle Tre Sorelle di Cechov nel 1952. Più tardi ha portato diverse delle sue produzioni in tournée in Russia, dalla Lupa con Anna Magnani alla sua spettacolare messa in scena del Romeo e Giulietta con Giancarlo Giannini e Annamaria Guarnieri, riscuotendo un enorme successo di pubblico. Nel 1968 la distribuzione del film Romeo e Giulietta, come nel resto del mondo, toccò il cuore di tutti i giovani russi. I suoi film sono sempre stati apprezzati dal pubblico russo e la mostra dei suoi lavori scenografici esposti al Museo Pushkin di Mosca riscosse un enorme successo. Quindi è con grande piacere che la Fondazione Zeffirelli accoglie all’interno dei suoi spazi una così prestigiosa istallazione ispirata al film di Andrej Tarkovskij Solaris, prodotta e patrocinata dalla direttrice del museo moscovita. Ci auguriamo – conclude – che tutto questo possa dare adito a un sodalizio di interscambio artistico e culturale tra la Fondazione Zeffirelli e il Museo AZ di Mosca.

La Fondazione Franco Zeffirelli – Centro Internazionale per le Arti dello Spettacolo di Firenze – offre a tutti, e in particolare agli specialisti e agli appassionati delle arti dello spettacolo, la possibilità unica di conoscere da vicino il patrimonio lasciato da una delle leggende del mondo dell’arte a livello mondiale. ll Museo, ubicato al primo piano del Complesso Monumentale di San Firenze, ospita oltre 300 opere legate alle attività del Maestro. Alla mostra permanente si affiancano esposizioni dedicate alle più autorevoli personalità artistiche di tutto il mondo e ai soggetti teatrali e cinematografici sviluppati dallo stesso Zeffirelli nel corso della sua carriera. Afferma Caterina D’Amico, consulente della Fondazione Zeffirelli e storica dello spettacolo: “La fondazione è in funzione da solo sei mesi. È una operazione culturale di grande rilievo, un’occasione spettacolare attraverso il cinema per far conoscere quest’arte a molti sconosciuta”.

Sala della Musica, complesso di San Firenze, piazza San Firenze 5, Firenze dal 28 maggio – 31 luglio 2018. Prezzo del biglietto (comprensivo della visita al museo) Intero: € 13 (ridotto € 10) con Orario Dal venerdì al mercoledì (giovedì chiuso) dalle 10 alle 18; la biglietteria chiude alle ore 17 Servizio visite guidate Info e prenotazioni al numero 055-2001586;  e.mail: info@exclusiveconnection.it. Sito web http://www.museum-az.ru/florence/  – https://www.fondazionefrancozeffirelli.com/

Turner – Opere della Tate – In mostra al Chiostro del Bramante

Testo e Foto di Mariagrazia Fiorentino e Donatello Urbani,

“Si comincia a creare solo quando si smette di avere timore”. Così si esprimeva Joseph Mallord William Turner (23 aprile 1775 – 19 dicembre 1851), un artista senza tempo che ha vissuto nel suo tempo; è presente in questa mostra da titolo “Turner -Opere della Tate” in una veste privata quasi intima.  Le opere che lo testimoniano hanno una qualità senza tempo, sembrano fatte oggi o forse domani. La mostra, curata da David Blayney Brown, torna a Roma dopo 50 anni, al Chiostro del Bramante,  con una raccolta di opere esclusive. La collezione esposta in questa rassegna, espressione del lato intimo e riservato dell’artista, faceva parte della sua galleria privata e documenta, in maniera significativa, le tante località che lo  videro un vero viaggiatore desideroso di conservarne visivamente il lieto ricordo. Infatti queste opere sono  conosciute oggi come ‘Turner Bequest’ e sono state realizzate nel corso degli anni per il suo ‘proprio diletto’ secondo la bella espressione del critico John Ruskin. Un piacere estetico e visivo che conserva ricordi di viaggi, emozioni e frammenti di paesaggi visti durante i suoi soggiorni all’estero. Era infatti abitudine dell’artista lavorare sei mesi all’aria aperta durante la bella stagione e solo in inverno chiudersi nel suo studio per riportare su tela i ricordi di ciò che aveva visto dal vivo. Alla sua morte l’intera collezione fu donata all’ Inghilterra e dopo un lungo contenzioso con gli eredi é conservata attualmente presso la Tate Britain di Londra.

IMG_20180321_170541                                                      Lago di Lucerna con la Rigi. 1841/42 – Matita colorata e acquerello su carta.

Il percorso espositivo, suddiviso in sei sezioni, ricco di oltre  90 opere tra schizzi, studi, acquerelli, disegni e una selezione di olii mai giunti insieme in Italia, caratterizza la mostra “Turner. Opere della Tate” dedicata al celebre e rinomato maestro dell’acquerello che “con la sua pittura ha influenzato più di una generazione di artisti, quali Claude Monet, Caspar David Friedrich, Vincent Van Gogh, Edgar Degas, Paul Klee, Franz Marc, Wassily Kandinsky, Gustav Klimt, Mark Rothko, James Turrell e Olafur Eliasson. Natura e romanticismo si fondono nella raffigurazione perfetta del sublime e nella contemplazione di una forza inarrestabile, quasi misteriosa, che andava rievocata per rispondere al bisogno dell’artista di ricercare un linguaggio in constante evoluzione che anticipasse i tempi e le mode artistiche. Ed è proprio nella capitale inglese, città con più aspettative, grazie a mostre d’arte, spettacoli teatrali e iniziative nel campo delle scienze e della letteratura, che Turner produce immagini emotivamente intense che divengono il mezzo attraverso il quale l’uomo si sente finalmente libero di sognare”, come ha scritto il curatore.

IMG_20180321_170648                                                                           Roma. Arco di Costantino. 1835 – Olio su tela

Questo artista può essere definito un autentico cantore delle bellezze della natura e di fantastici paesaggi urbani prima che la rivoluzione industriale modificasse entrambi in senso modernista. Turner giunse per la prima volta a Roma nel 1819, per tornarci successivamente nel 1828, e proprio in questa occasione ci lasciò una preziosa testimonianza: “ …ho trovato questa città affascinante ed ho compreso il perché tutti gli artisti vengono qui”. Di grande interesse e cariche di fascino le opere che immortalano la nostra città d’inizi ‘ottocento. In mostra sono presenti scorci che superano il tempo ci offrendoci una Roma eterna insieme a  parti della città che non esistono più come nel caso dei Fori, Colosseo compreso, quanto il tutto si chiamava “campo vaccino”. Un diario di un viaggiatore del Grande Tour scritto non con le parole bensì con immagini che anche in tema di fascino e presa emotiva non sono inferiori alla forma scritta.

Dopo Roma, questa rassegna, andrà in Argentina a Buenos Aires.

Chiostro del Bramante – Arco della Pace, Roma, fino al 26 agosto 2018 aperto tutti i giorni con orari: lun/ven 10.00-20.00 -sab /dom 10.00 -21.00. Costo del biglietto d’ingresso (audioguida in omaggio) Intero 14,00  €. – Ridotto 12,00 €.  guide con tesserino, diversamente abili, forze dell’ordine con coniuge e modello AT, soci cartafreccia in possesso di un biglietto Frecce con destinazione Roma utilizzato nei 5 giorni precedenti Enjoy “https://www.chiostrodelbramante.it/post_mostra/enjoy/”L’arte incontra il divertimento acquistato dal 1 al 25 febbraio. Promozione valida fino al 29 aprile 2018. Ridotto 9,00 €. Ragazzi 6 – 18 anni-  10,00 €.- Gruppi-  5,00 €. Scuole- acquistabili online http://bit.ly/turner_tickets. Biglietto Open in cassa 15,00 €.- Open Online 15,00 €.+ 1, 50 prevendita https://www.chiostrodelbramante.it/acquisto-bigliettoopen-online/.- Previste gratuità. Informazioni:  06 68809035 – infomostra@chiostrodelbramante.it

Liu Bolin – the Invisible man

Testo e foto di Donatello Urbani

I messaggi dell’uomo invisibile. Potrebbe essere questo un sottotitolo della mostra allestita nel Complesso del Vittoriano – Ala Brasini –  con oltre settanta opere dell’artista cinese Liu Bolin. Tutto iniziò nel 2005 con un decreto dell’amministrazione della città di Pechino che ordinava la demolizione  del quartiere Suojia Village, dove risiedevano molti artisti critici con il governo nazionale. Liu, ai suoi esordi come artista, si mimetizza fra le macerie del suo studio, “si fa fotografare e divulga le foto, dando il via a una protesta silenziosa e trasparente riscuotendo, allo stesso tempo, un inaspettato successo” come scrivono i curatori.

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Il percorso espositivo che si articola in sette sezioni, racconta, nella prima, la storia di questo artista partendo proprio dalla performance di Pechino fino agli scatti più recenti realizzati del 2017 in Italia, Roma e Caserta. Da Pechino Liu Bolin si sposta prima in Italia,  i monumenti caratteristici delle città di Venezia, Milano e  Verona, dall’Arena, al  Teatro alla Scala e al Ponte di Rialto sono i temi delle sue opere; per trasferirsi, come testimoniato nella terza sezione nelle principali metropoli del resto del mondo. Così New York, Londra,  Parigi e molte altre accolgono invisibilmente l’artista. “Svanire il Italia, divenendone parte: tra cibo, vino, cultura design e il mito della Ferrari” , come scrivono i curatori, è il tema della quarta sezione; mentre nella quinta sezione Liu Bolin entra, sia pure invisibilmente, nella più sofisticata creatività della moda immedesimandosi negli atelier di Valentino, Jean Paul Gaultier, Angela Missoni e diversi altri.

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Le ultime due sezioni, sesta e settima, trattano rispettivamente la società del consumo, con  gli scaffali dei Supermarket ed il mondo dei Migranti, che rischiano la vita fra i flutti marini pur di avere la disponibilità di un tozzo di pane. La principale caratteristica di rassegna questa è, senza dubbio, legata alle molteplici interpretazioni che offre ai visitatori stimolandone all’infinito la fantasia per riuscire a trovare quella che più si avvicina alle proprie convinzioni. Sembra proprio che Liu Bolin ci prenda per mano e ci accompagni in un viaggio a ritroso, questa volta in forma invisibile, ed insieme percorrere tutte le mete che ciascuno ha visitato nel corso della  propria vita.

Roma – Complesso del Vittoriano – Ala Brasini – Via S,Pietro in Carcere (Lato Fori Imperiali), fino al 1 luglio 2018 dal lunedi al giovedi dalle ore 9,30 alle 19,30, venerdi e sabato fino alle 22,00 e domenica fino alle 20,30. Biglietto d’ingresso intero €.12,00, ridotto €.10,00; costo del biglietto congiunto con la mostra di Monet, intero  €.21,00, ridotto €.18,00. Informazioni e prenotazioni al n° 06.8715111 oppure sul sito web www.ilvittoriano.com – hastag  ufficiale #MostraLiuBolin

Curiose riflessioni. Jean-François Niceron, le anamorfosi e la magia delle immagini,

Testo e foto di Donatello Urbani

Il volto di Roma, sia estetico che culturale, nel corso della sua lunga storia ha avuto molte immagini. Scoprirne alcune, le più significative, che vari artisti ci hanno regalato con le loro opere è quanto di più attraente ed affascinante possa esistere.  Molte di queste opere d’arte sono gelosamente conservate, spesso con grave pregiudizio alla pubblica fruibilità, come un vero e proprio tesoro nei depositi  delle varie istituzioni museali. Fortunatamente dobbiamo rilevare che a tutto questo fanno riscontro delle eccezioni. Una di queste, meritevole di particolare attenzione, si deve alla direzione delle Gallerie Nazionali Barberini Corsini con periodiche esposizioni temporanee di quanto conservato nei loro depositi . Così nella sede di Palazzo Barberini è stata allestita la mostra “Curiose riflessioni. Jean-François Niceron, le anamorfosi e la magia delle immagini” a cura di Maurizia Cicconi e Michele Di Monte. L’anamorfismo è un effetto d’illusione ottica capace di farci apparire un’immagine reale in forma distorta e renderla comprensibile solo ponendosi in un unico corretto punto di osservazione, oppure attraverso uno strumento apposito che ne restituisca la giusta lettura. Scrivono in proposito i curatori: “ La teoria e la pratica dell’anamorfosi raggiungono la loro più considerevole fortuna in età Barocca: costituiscono il culmine tecnico della dottrina  prospettica cinquecentesca, effetto dei progressi compiuti nel campo della geometria proiettiva e dell’ottica. La fortuna delle anamorfosi trova una profonda e congeniale connessione con l’estetica seicentesca, con la sua ossessione per il tema dell’illusione, dell’ossimoro, del paradosso e del contrasto, e soprattutto con quella tenace metafora “ಯ” radicale “ರ” che riconosce all’esperienza visiva, e non solo quella artistica, una natura essenzialmente “ಯ” spettatoriale “ರ”.

IMG_20180306_110154                                 Michel Lasne: Ritratto di  Jean-François Niceron- 1640/42 . Roma istituto Centrale per la grafica.

Uno dei più interessanti protagonisti di questa complessa congiuntura è il matematico e teologo francese Jean-François  Niceron (Parigi 1613  – Aix- en-Provence 1646), entrato in giovane età nell’ordine dei Minimi di San Francesco di Paola e dedicatosi altrettanto precocemente allo studio dell’ottica e della prospettiva.  Niceron pubblicò nel 1638 il celebre trattato La Perspective curieuse, magie articielle des effets merveilleux de l’optique par la vision directe, poi ripubblicato in edizione estesa e tradotta in latino nel 1646, con il titolo di Thaumaturgus opticus, ristampata in francese nel 1652. Niceron non fu solo un teorico della prospettiva, ma lasciò anche dei saggi concreti della sua teoria come nel caso del famoso affresco anamorfico di  San Giovanni a Patmos, realizzato nei corridoi del convento romano di Trinità dei Monti. Sulla scorta dei precoci esperimenti del celebre pittore francese Simon Vouet (Parigi 1590 –Parigi 1649), egli realizzò anche alcune anamorfosi circolari osservabili solo tramite uno specchio cilindrico.

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Jean-François Niceron:Anamorfosi catottrica. S.Francesco di Paola         Costruzione dell’anamorfosi catottrica con  S. Francesco di Paola

Quattro di questi dipinti, datati intorno al 1635, sono conservati nei depositi di Palazzo Barberini, e sono stati raramente esposti al pubblico, anche per la difficoltà pratica di consentire l’effettiva fruizione dell’immagine rappresentata. In mostra sono inoltre esposti due esemplari delle opere a stampa del frate francese, La Perspective curieuse e il Thaumaturgus opticus, accompagnate da un dispositivo che permette la consultazione e l’esplorazione diretta di una versione digitale dei testi, illustrati da un ricco corredo di tavole, disegni e diagrammi. Oltre ai due volumi, è presente anche il curioso “ಯ” canocchiale anamorfico “ರ” di Niceron, che consente al pubblico di scoprire come vedere un’immagine che non c’è.

getImage                              La grande Colonnata Illusionistica realizzata da Francesco Borrini nel Palazzo Spada Capodiferro

Tutto questo ci spinge verso il desiderio di scoprire quanto resta oggi nei monumenti e nelle opere d’arte della Roma Barocca ispirate alla amanorfosi  e  vivere di persona una città diversa da quella presente nella realtà che non esiste e non é mai esistita se non nei desideri dei nostri predecessori. Così si possono trovare nella nostra città opere capaci ancor oggi di “destare meraviglia” a partire dall’astrolabio  nel convento di Trinità dei Monti, insieme ai ritratti di S.Francesco di Paola del 1642, realizzato da Emmanuel Maignan, e di S.Giovanni Evangelista nell’isola di Patmos del 1642 dello stesso Niceron, tutte visibili solo su prenotazione e previo contatto con le suore francesi che ne sono custodi.  Nel cortile di Palazzo Spada Capodiferro, oggi sede condivisa dal Consiglio di Stato e dalla Galleria Spada, accesso al pubblico negli orari di apertura della Galleria,  si può ammirare la Colonnata Illusionistica realizzata da Francesco Borromini nel 1653. Inoltre l’alter ego del Borromini: Gian Lorenzo Bernini, decora negli anni 1663/66 la Sala Regia del Palazzo Apostolico nella Città del Vaticano, purtroppo visibile solo in televisione nel corso dei ricevimenti del Corpo Diplomatico accreditato  presso lo Stato Vaticano.  A tutto questo si aggiungono, entrambe pienamente  fruibili, le stanze di S.Ignazio di Loyola, nella Casa Professa dei Gesuiti a Piazza del Gesù, decorate da Andrea Pozzo nel 1681/86 e l’affascinante Cupola Illusionistica realizzata sempre da Andrea Pozzo nel 1685  per la Chiesa di S. Ignazio nell’omonima piazza.

E’ stata predisposta dalla Direzione delle Gellerie Barberini/Corsini anche un’interessante attività didattica, curata dall’Associazione “Si parte”,  da prenotare per e.mai:l didattica@siparte.net . Quella riservata alle scuole prevede incontri sui temi:

  • Occhio in camera, per i ragazzi dai 14 ai 19 anni,.Un’occasione per scoprire come funziona l’occhio umano, attraverso la creazione di una camera oscura in miniatura.
  • La visione stereo”, per i giovani dai 14 ai 19 anni). Grazie alla costruzione di stereoscopi portatili, le fotografie scattate dai ragazzi saranno trasformate in immagini tridimensionali “Prismi magici” ragazzi dai 10 ai 13 anni. Attraverso la realizzazione di prismi magici, i ragazzi ricreeranno giochi ottici vicini a quelli realizzati dalle anamorfosi di Nicèron.
  • Cilindri specchianti” ragazzi dai 10 ai 13 anni. Un laboratorio per scoprire come si creano le anamorfosi catrottiche.

Per gli adulti, invece sono riservate visite guidate gratuite con prenotazione obbligatoria e  previo acquisto del biglietto del museo,  nelle giornate di domenica 18 marzo 2018, ore 16.00 -15 aprile 2018, ore 16.00 – 13 maggio 2018, ore 16.00 e 10 giugno 2018, ore 16.00. E’ possibile organizzare visite per gruppi anche in altre date.  A queste si aggiungono workshop sul tema “Arte e Scienza” con tecniche di storytelling, gratuiti con previo acquisto del biglietto al museo e prenotazione obbligatoria nelle Domeniche:  22 aprile 2018, ore 16.00 – 20 maggio 2018, ore 16.00.

Roma – Palazzo Barberini Via delle Quattro Fontane, 13. Mostra: “Curiose riflessioni. Jean-François Niceron, le anamorfosi e la magia delle immagini” fino al 3 giugno 2018  dal martedi alla domenica con orario 8,30/19,00 Costo del biglietto d’ingresso intero €.12,00 ridotto €.6,00 valido 10 giorni per le Gallerie Barberini e Corsini – Via della Lungara – . Gratuità come previste dalla legge. Informazioni e prenotazioni telefono 06.4824184 e.mail comunicazione@barberinicorsini.org

Capriccio architettonico con astanti – Ritorna fruibile grazie al recupero dei Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale.

Testo e foto di Donatello Urbani

Il recupero di questo dipinto: olio su tela, conosciuto come “Capriccio Architettonico con astanti”, la cui attribuzione è contesa ad oggi tra due dei massimi esponenti del periodo vedutista italiano, ovvero Giovanni Paolo Pannini (1691-1765) e Andrea Locatelli (1695-1741), da parte delComando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, è avvenuto dopo aver consultato la Banca Dati dei Beni Culturali illecitamente sottratti,  che ha confermato la corrispondenza dell’opera con quella rubata e ha consentito di accertare che il dipinto era stato consegnato, da un antiquario, alla filiale romana della casa d’aste di Londra che, a sua volta, ne aveva chiesto e ottenuto l’attestato di libera circolazione.

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Nel novembre 2017, durante l’attività di monitoraggio del mercato delle opere d’arte, i militari della Sezione Antiquariato hanno individuato, in una importante casa d’asta londinese, l’opera raffigurante Capriccio Architettonico con astanti, in procinto di essere messa in vendita, con un prezzo di partenza di 40.000 sterline, pari a circa 50.000 euro.  La richiesta di restituzione è stata immediatamente formulata, insieme alla documentazione che ne attestava la proprietà,  hanno consentito che il dipinto venisse rimpatriato; cosa avvenuta, in questi giorni, una volta esperite le formalità da parte della Procura della Repubblica di Roma. Il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo ha consentito che le collezioni d’arte delle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma – Palazzo Barberini e Galleria Corsini,  rientrassero in possesso di un’opera loro appartenuta a seguito di una donazione avvenuta nel 1892 da parte della famiglia nobiliare Torlonia. Le vicende successive dicono che Il 1° gennaio 1925 fu data in deposito a Palazzo Venezia dopo essere stato in mostra a Castel Sant’Angelo nel 1911 e nel 1920. Il 20 febbraio 1958 è stato ceduto in deposito temporaneo all’istituto culturale “delegazione opere d’arte astalli” – Archivio Siviero – Delegazione per le Restituzioni del MAE (Ministero Affari Esteri). Il 1° gennaio 1994 è stato rubato. Durante l’attività d’indagine è emersa nella monografia di Andrea Locatelli a cura di Andrea Busiri Vici del 1976, nella scheda n. 11, una attribuzione non a Panini ma a Locatelli.

Roma – Galleria d’Arte Antica di Palazzo Barberini – Via Quattro Fontane

Looking forward. Olivetti: 110 anni d’immaginazione

Testo e foto di Mariagrazia Fiorentino e Donatello Urbani

Tutto iniziò 110 anni fa con una dichiarazione d’amore che Camillo Olivetti scrisse alla moglie con la prima macchina che di li a qualche giorno avrebbe prodotto in serie. Looking forward, guardare avanti è quanto viene  proposto al visitatore di questa mostra oltre essere stato l’obbiettivo perseguito dalla Olivetti  in questi 110 anni.

IMG_20180219_123652                          Modello M1, primo modello prodotto nel 1908 da Camillo Olivetti, fondatore dell’omonima industria

Massima che trova conferma anche nelle parole dei curatori nel presentare quesrta mostra: “Il racconto si compone di due parti. La prima, Raccolta visiva, a cura di Manolo De Giorgi, è un viaggio sintetico nel progetto Olivetti attraverso una trentina di temi che hanno per filo conduttore la modernità. La seconda, Disegnare la vita, a cura di Ilaria Bussoni e Nicolas Martino, è una narrativa che utilizza scatti fotografici, manifesti pubblicitari e parole ed usa l’archivio dell’Associazione Storico Olivetti come un materiale vivo a partire dal quale guardare non solo la storia, ma il presente e il futuro possibile. La narrativa visuale presenta più di 150 scatti (stampe fotografiche originali, inedite e in maggior parte mai esposte prima) di alcuni dei maestri della fotografia del secolo scorso quali Henri Cartier-Bresson, Gianni Berengo Gardin, Ugo Mulas, Francisc Català Roca, Fulvio Roiter. Oltre a una selezione di decine di manifesti tra i più sorprendenti della produzione mondiale di Olivetti e una collezione delle locandine pubblicitarie di Giovanni Pintori tra la fine degli anni ‘50 e l’inizio dei ‘60”.

IMG_20180219_114324                                                   Giovanni Pintori: Annunci pubblicitari realizzati per la Olivetti negli anni 1958/62

A queste si accompagnano una selezione di prodotti iconici del marchio Olivetti- dalla M1, la prima macchina per scrivere del 1908 che apre il percorso espositivo, fino alla Lettera22,nata nel 1950 su progetto di Marcello Nizzoli, e passando  per la P101, primo personal computer progettato nel 1965 da Pier Giorgio Perotto (amabilmente ribattezzata “Perottina”), si arriva alla Valentine, macchina da scrivere manuale portatile del 1969.  Un ruolo importante è stato ricoperto nella produzione Olivetti anche da alcuni degli oltre 20 oggetti in mostra, senza trascurare gli ultimi arrivati che hanno inaugurato il nuovo corso digitale instaurato dall’azienda, come nel caso del Form200, registratore di cassa connesso e primo prodotto realizzato grazie al concorso Olivetti Design Contest promosso dall’azienda tra le maggiori università europee di design.

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Olivetti: Modello P101, primo personal computer                       Macchina da scrivere eletrrica modello Praxis 48, prodotta nel 1964                                                             

E’ a fine percorso che s’incontra  la vera “star” della rassegna: la nuova Olivetti APA, una macchina per processare big data caratterizzata dalle molteplici funzioni. “Recentemente è stata prestata”, afferma Riccardo Delleani, amministratore delegato della Olivetti, “alla Questura di Roma che l’ha utilizzata in occasione di una importante manifestazione, che ha visto la partecipazione di un gran numero di persone, quale conta persone e loro classificazione. La bellezza degli oggetti e delle immagini presenti in questa  mostra rappresentano una delle forme più visibili dei valori di questa esperienza con l’obbiettivo di dare ai visitatori stimoli vitali per guardare avanti – lookin forward –  con l’aiuto di una grande storia”.

Roma:  Galleria Nazionale d’Arte Moderna e contemporanea –  Via Gramsci, 69/73 – ingresso diosabili al n.71 – fino al 1 maggio 2018 con ingresso gratuito ed in orari dalle ore 10,00 alle 18,00 dal martedi alla domenica. Informazioni: lagallerianazionale.com – #LaGalleriaNazionale – #Olivetti – telefono +39.06.32298221

Elogio della carta – Le opere di tre artisti contemporanei, acquisite dal Polo Museale del Lazio, entrano nella prestigiosa collezione del Museo Hendrik Christian Andersen.

Testo e foto di Mariagrazia Fiorentino e Donatello Urbani

Le nuove acquisizioni del Polo Museale del Lazio realizzate  grazie a un finanziamento della Direzione Generale Arte e Architettura contemporanee e Periferie urbane per l’anno 2016 per arricchire la collezione delle opere d’arte del Museo  Hendrik Christian Andersen, hanno interessato tre artisti contemporanei: Alfonso Filieri, Matteo Montani e Nello Sonego. Caratteristica comune a queste opere è avere la carta come vera protagonista delle creazioni tanto da dare il titolo alla mostra “Elogio della carta”.

IMG_20180215_190924                                                                                       Matteo Montani – 201

Il percorso espositivo si articola in due sezioni. Al  pianterreno, nel Salone dei Gessi, sono state collocate le opere della prima sezione che si apre con l’opera a sei mani Libro della leggenda del rosso (2018), ispirato a frammenti del libro” Il mio nome è Rosso” di Orhan Pamuk, che comprende libri d’artista e opere a muro, su carta e su tela.  A queste si aggiungono anche una parte delle opere acquisite dal Museo H. C. Andersen a seguito di un bando, e successiva selezione, conclusasi con l’acquisto dell’installazione di Matteo Montani, ”Essere viventi” del 2014.

Nel primo piano sono presenti le opere della seconda sezione  tutte realizzate dai tre artisti per questa mostra  insieme a 11 libri d’artista di Alfonso Filieri e Nelio Sonego, anch’essi acquistati dalla Direzione Generale Arte e Architettura contemporanee e Periferie urbane sul Piano per l’Arte Contemporanea dell’anno 2016 per il Museo Andersen. A questa acquisizione si collega la presentazione di altri 13 libri d’artista della collezione “Orolontano” donati da Alfonso Filieri al Museo.

IMG_20180215_190821                                                                                          Alfonso Filieri – 2016

La Direttrice del Polo Museale del Lazio, Dott.ssa Edith Gabrielli, in occasione della presentazione di questa rassegna, ha voluto precisare le preminenti caratteristiche: “Una mostra dedicata alle immagini e alle parole che, nel loro teso e avvincente contrappunto, riportano in auge il più antico e affascinante degli adagi, l’oraziano ut pictura poesis, rimarcando il carattere sinestetico e metaforico dell’esperienza artistica. Libri d’artista che diventano così vere e proprie scatole magiche, raccolte di testi e immagini poetiche in cui i caratteri a stampa si mescolano con le tracce, le macchie e le campiture che gli artisti creano utilizzando le carte più diverse, dalle trame spesse o sottili, quasi trasparenti filigrane dove colori dalle mille sfumature si alternano alle pieghe e alle naturali crespature della carta generando un’altra scrittura e una sorprendente e singolare grammatica”.

Roma- Museo Hendrik Christian Andersen – Via Pasquale Stanislao Mancini, n.20 – fino al 6 maggio 2018 con ingresso gratuito. Orario museo tutti i giorni 9.30–19.30 (ultimo ingresso alle ore 19.00; chiuso il lunedì. Info: tel 06 3219089–Andersen-161429973926958/timeline  pm-laz.museoandersen@beniculturali.it https://twitter.com/MuseoAndersenhttps://www.facebook.com/Museo-Hendrik-Christian

Soglie di Luce – Opere di Pietro Gentili dal 1970 al 2000 in mostra nella Casina delle Civette- Parco di Villa Torlonia, Roma

Testo e foto di Donatello Urbani

Un sottile legame, impalpabile come la luce, lega le opere di Pietro Gentili, presenti nella Capitale per la prima volta dopo la scomparsa dell’artista, con quelle della collezione permanente di questo particolare museo che ha nelle vetrate il nucleo principale delle opere d’arte esposte. Entrambe infatti hanno in comune proprio la luce come soglia verso un’altra dimensione.

IMG_20180216_170722                                                 Pietro Gentili: Polimaterico 1969 – Tempera, specchi su legno

Infatti nell’affascinante Casina delle Civette, raro esempio di stile liberty a Roma, sono ospitate, fino al 27 maggio 2018, ben 50 opere tra quadri, sculture, gioielli, moduli tridimensionali realizzate utilizzando tempera, foglia d’oro e d’argento, sabbia, polvere di specchio, plexiglass, realizzate da Pietro Gentili dal 1970 al 2000, con l’intento di fare conoscere l’insolito universo artistico che ha caratterizzato tutta la produzione di questo artista.

dav                          Pietro Gentili: “Angeli” – 1986. Tempera, specchio, foglia d’argento su legno.

Come affermato dal curatore Claudio Cerritelli: “ Tra scudi di angeli, cieli stellati, porte aperte su di uno spazio e giochi di superfici riflettenti, filo conduttore dell’esposizione è la luce come soglia verso un’altra dimensione. L’immagine della “porta” si pone come luogo del mistero conoscitivo dell’arte, soglia dove si avverte il desiderio e la ricerca della luce spirituale, percepita nella vastità senza fine del tempo. Il percorso creativo di Pietro Gentili ha un carattere talmente singolare da escludere ogni possibile appartenenza al gioco delle tendenze artistiche contemporanee a causa della sua visione trascendente di spazio e tempo, per la sua autonoma ricerca di valori esistenziali che presuppongono una dimensione cosmica. Il mondo di astrazione del suo lavoro ha, tuttavia, attinenze dirette con tutto un filone di arte contemporanea di carattere mistico-simbolico-spiritualistico che si rifà al mondo orientale, alla religione e alla filosofia Zen. Secondo Pietro Gentili ogni artista dovrebbe, con generosità, donare al mondo la bellezza del proprio cuore e non i suoi disagi, la poesia struggente della propria anima e non le sue pene”.

11Pietro Gentili: “Collana in legno” – 1972. Legno, foglia d’oro e argento, tempera e filo di cuoio. Foto Courtesy Ufficio stampa Paola Saba.

Questa comunanza di linguaggio artistico cementato anche da un comune senso religioso, in particolare con le vetrate di Paolo Paschetto, pastore valdese, ha trovato la sua ragion d’essere nei gioielli che sono immaginati per essere indossati da una figura di donna stilizzata, estranea alla celebrazione della sua immagine di massa e tutta concentrata nel sogno dei valori interiori. Come scritto nel prezioso catalogo, edito in italiano ed inglese,:”… le ricerche plastico-pittoriche, nel caso del gioiello, tutto è immaginato in relazione a un corpo legato alla dimensione sacrale della bellezza di cui Gentili interpreta l’aspetto mistico e spirituale. Per Gentili l’immagine della bellezza che trapassa l’anima è legata alla luce, all’aspetto immateriale della creazione, all’immediatezza dell’eterno presente”.

Per l’occasione sono state programmate interessanti iniziative turistico-culturali a partire da: Domenica 4 marzo – ore 17.00 “Soglie di luce: dialoghi sull’uomo e sull’artista Pietro Gentili” Incontro – Intervista con Emanuela Gentili, figlia dell’artista, a cura di Maria Grazia Massafra, cocuratrice della mostra insieme a  Claudio Cerritelli

Mostra: “Soglie di Luce. Opere di Pietro Gentili dal 1970 al 2000” Musei di Villa Torlonia, Museo della Casina delle Civette, via Nomentana 70, Roma fino al 27 maggio 2018. Orario mostra: dal martedì  alla domenica  9.00 – 19.00. Informazioni tel. 060608

Venezia sposa il mare con la sponsorizzazione della Rigoni di Asiago

Testo e foto di Mariagrazia Fiorentino e Donatello Urbani

Il progetto dei lavori di restauro insieme a quelli di valorizzazione della fontana del giardino del Palazzo di Venezia dove è raffigurata la statua di Venezia nell’atto del lancio dell’anello d’oro , simbolo del suo sposalizio con il mare, verrà intrapreso quanto prima con l’intento di offrire ai romani e ai turisti di passaggio nella nostra città, già dal prossimo mese di luglio, sia un punto di relax nel giardino del Palazzo di Venezia nel pieno centro storico, sia una attrattiva in più alle tante offerte tanto dalla collezione permanente del  museo che da quelle presenti negli spazi del piano nobile  dell’ex appartamento Cibo con esposizioni temporanee di grande interesse culturale e turistico.

venezia - anello sposalizioCarlo Monaldi: Venezia getta l’anello nell’atto di sposare il mare. Questo gesto vuole ricordare la Festa della Sensa, celebrata ogni anno  dal 1177 al 1796 nella domenica in cui ricorre la Festa dell’Ascensione – Festa della Sensa – . Il Doge saliva sul Bucintoro, la sua nave di rappresentanza, con tutto il suo seguito, il clero, gli ambasciatori presenti, i Capi del Consiglio dei Dieci e le altre autorità, seguito da un folto corteo di barche di ogni forma e dimensione, tutte parate a festa e, giunti davanti al Forte di S.Andrea, il Patriarca versava dell’acqua benedetta mentre il Doge lasciava cadere in acqua l’anello d’oro, pronunciando queste parole: “Ti sposiamo, o mare, in segno di eterno dominio”.

La saggia politica seguita dalla direzione del Polo Museale del Lazio condotta dalla Dott.ssa Edith  Gabrielli, è riuscita a catturare l’interesse di privati  sull’immenso patrimonio artistico gestito dal Polo, sparso in oltre quaranta musei.  In questo caso grazie alla collaborazione con la società di comunicazione veneziana Fondaco che si occupa di valorizzare il patrimonio nazionale storico, artistico e culturale, è stata coinvolta la Rigoni di Asiago, un gruppo alimentare italiano che ha rivolto la propria produzione alla sostenibilità con una particolare attenzione al biologico e al rispetto dell’ambiente. Partendo da queste premesse la Rigoni di Asiago si é assunta l’onere della sponsorizzazione di un progetto, denominato “La natura nel cuore di Roma”  rivolto ai lavori di restauro di questa fontana conosciuta come “Venezia sposa il mare”, opera settecentesca dello scultore Carlo Monaldi.

dav                                                                             Veduta  della Fontana “Venezia sposa il mare”

Questo progetto, come affermato in conferenza stampa,  non é “solo una sponsorizzazione, ma una vera e propria operazione culturale che lega i temi propri della politica imprenditoriale di Rigoni di Asiago al più ampio progetto dello sviluppo di Palazzo Venezia”. “Per questo”, sono le parole  di Andrea Rigoni, Amministratore Delegato della Rigoni di Asiago, “ abbiamo aderito con particolare slancio al progetto, riconoscendo nell’opera gli stessi valori che hanno caratterizzato lo spirito dell’azienda in quasi un secolo di vita: il recupero delle tradizioni, il gusto per la ricerca sul bello e sul buono, l’arte di creare e produrre qualità.”  La scelta della fontana rappresenta infatti un’occasione per il Polo Museale del Lazio e per la Direzione del Palazzo di consolidare quel senso di progressiva riappropriazione culturale del luogo da parte della collettività, suscitato dagli interventi in corso. Questo giardino già dal 2016 è una meta ambita, specie nei mesi caldi, di turisti e romani per una pausa verde, grazie anche al facile accesso  con le sue aperture da tre ingressi: via del Plebiscito, via degli Astalli e piazza San Marco.  Significative in proposito le parole della Direttrice del Polo Museale del Lazio, Dott.ssa Edith Gabrielli; “ Si rileggono così immediatamente le prospettive rinascimentali e il rapporto con la Chiesa di San Marco che era andato perduto nei secoli. Per chi attraversa il giardino, la fontana rappresenta un perno compositivo, visibile da tutti gli ingressi, un punto di attrazione che accoglie durante il giorno centinaia di visitatori e per molti significa una sosta, un momento inaspettato di pace che si presenta nel cuore più caotico della città. Il suo restauro rientra negli interventi che il Polo aveva già previsto nella sua attività di programmazione a medio termine e che, grazie a questa opportunità, diventa immediatamente attuabile”.  Sarà infine possibile seguire anche in diretta streaming con una telecamera web le varie fasi dei lavori di restauro.

dav                                                                         Veduta  della Fontana “Venezia sposa il mare” e del giardino

Tra il 1910 ed il 1913 il giardino-viridarium di Paolo II, ormai noto come Palazzetto, fu abbattuto e ricostruito in posizione arretrata per consentire l’ampliamento della piazza e la visione diretta del Vittoriano. Nel 1916 il Regno d’Italia rivendicò il palazzo all’Austria e il ruolo simbolico- nazionalistico assunto dall’edificio dopo la restituzione spinse Benito Mussolini, nel 1922, a sceglierlo come sede del governo fascista (1929-43) ed utilizzarlo come proprio ufficio la Sala del Mappamondo in cui si apre il celebre balcone settecentesco. Tra gli interventi sul palazzo di quel  periodo, si segnala la costruzione del nuovo scalone monumentale, progettato da Luigi Marangoni, a celebrazione della nazione e dei territori conquistati all’Austria nella III guerra d’indipendenza (1866) e nella prima guerra mondiale (1915-18).

Di non minor interesse turistico e culturale è la fontana opera di Carlo Monaldi , nato a Roma intorno al 1683, come si desume dall’iscrizione alla base della statua di S. Gaetano da Thiene, sua opera del 1730 in S. Pietro in Vaticano, nella quale si dichiara romano e di anni 47. La fontana nella “corte grande” del palazzo, subito visibile dall’ingresso di Piazza San Marco, 47, fu costruita nel 1730  su incarico dell’allora ambasciatore della repubblica veneta Barbon Morosini. E’ formata da una grande vasca ellittica, con bordo a fior di terra, fiancheggiata da un corridoio con due lunghi sedili in pietra ingentiliti da quattro graziosi puttini che sostengono gli stemmi dei territori d’oltremare conquistati da Venezia: Cipro, Dalmazia, Morea e Candia. I putti in pietra recanti gli scudi con i nomi delle conquiste veneziane vennero aggiunti nel 1930 da G. Prini. La composizione, come affermato in conferenza stampa, ideata dal Monaldi  “coinvolge i concitati spazi circolari barocchi in una originale visione dal ritmo avvolgente delle figure eleganti e risolte con un cromatismo modulato e lineare tipico del barocchetto romano”. Nella vasca numerosi pesci in travertino gettano sottili zampilli d’acqua mentre al centro, su una doppia conchiglia sostenuta da tre robusti tritoni, si erge una statua marmorea raffigurante Venezia, in fiero atteggiamento, con il corno dogale sul capo e in atto di gettare l’anello nuziale per lo sposalizio del mare. Ai sui piedi figura da una parte il leone alato di S. Marco con un libro aperto, dall’altra un sorridente puttino che svolge un rotolo con un iscrizione in latino la quale ricorda che la fontana fu costruita non solo a vantaggio degli abitanti del palazzo, ma anche di quelli vicini e che la deviazione dell’Acqua Vergine da piazza di Trevi fu dovuta alla munificenza dei pontefici Alessandro VIII Ottoboni (1689-1691) e Benedetto XIII Orsini (1724-1730).

Museo Nazionale di Palazzo Venezia Via del Plebiscito, 118 – 00186 Roma  tel. +39 0669994284; http://museopalazzovenezia.beniculturali.it