Glorie di carta . Il disegno degli arazzi Barberini

Testo e Foto di Donatello Urbani

Un progetto ampiamente condivisibile questo attuato dalle  Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma : far rivivere l’arazzeria Barberini, una delle più prestigiose al mondo, attraverso la mostra: “Glorie di carta. Il disegno degli arazzi Barberini”, a cura di Maurizia Cicconi e Michele Di Monte, dedicata all’esposizione dei cartoni preparatori delle più importanti serie di arazzi realizzate dalla fabbrica impiantata a Roma nel 1627 dalla famiglia Barberini. Il percorso espositivo, allestito fino al al 22 aprile 2018  in una sala della Pinacoteca di Arte Antica di Palazzo Barberini, mostra tre cartoni preparatori, ciascuno appartenente a uno dei cicli che ritraggono le Storie di Costantino, la Vita di Cristo e le Storie di Urbano VIII.  Le serie prescelte sono le più importanti delle sette volute dal Cardinal Francesco e prodotte dall’arazzeria Barberini, lungo un arco di circa cinquant’anni di attività.

IMG_20171219_113711Pietro Berrettini detto Da Cortona: “Ritratto di Papa Urbano VIII” – 1627. Maffeo Berberini. Olio su tela. Collezione Musei Capitolini.

“I cartoni, che escono per la prima volta dai depositi dopo vent’anni,“ scrivono i curatori, “costituiscono un’occasione irripetibile per conoscere una delle più fastose committenze della famiglia, ancora poco nota al grande pubblico. Sebbene la tecnica della tessitura ad arazzo abbia origini antichissime, nel Seicento divenne strumento di ostentazione dello status sociale delle famiglie altolocate: possedere un’arazzeria era segnale di grande prestigio e ricchezza. Grandi pittori e artisti dell’epoca erano chiamati a dipingere il disegno preparatorio dell’arazzo: è il caso del ciclo con le Storie di Costantino, alla cui intera ideazione sovrintese Pietro da Cortona”.

IMG_20171219_113304Pietro da Cortona (1596-1669), “Costantino abbatte gli idoli”. Appartiene alla serie con le Storie di Costantino, il più prestigioso ciclo messo in produzione dall’arazzeria.

La serie della Vita di Cristo (composta di 12 grandiosi arazzi, di cui le Gallerie Nazionali Barberini Corsini posseggono ben 8 cartoni) è opera di Giovan Francesco Romanelli. Di questa serie  viene presentata in mostra per la prima volta “La Natività”.

IMG_20171219_114032Giovan Francesco Romanelli (1601-1662), “La Natività”. Fa parte della serie con la Vita di Cristo. Il monumentale progetto, avviato nel 1643, consta di 12 pezzi. Il ciclo della Vita di Cristo impegna l’arazzeria in anni difficili per i Barberini. Nel 1644 il nuovo Papa Innocenzo X Pamphilj, ostile alla famiglia, avvia un’inchiesta sulla condotta del defunto Urbano VIII e dei nipoti, accusati di aver sottratto denari all’erario pontificio per scopi privati. I Barberini sono costretti ad abbandonare Roma. Forse anche per questo la realizzazione si protrae a lungo. Molto probabilmente, il Cardinal Francesco affida il ciclo delle dodici storie di Cristo a Giovanni Francesco Romanelli sulla scorta del successo del suo precedente impegno per i Dossali della Cappella Sistina. Il pittore viterbese, cresciuto all’ombra del maestro Pietro da Cortona, ottiene finalmente la sua emancipazione, il suo riscatto. Dei dodici arazzi, attualmente nella cattedrale di Saint John the Divine di New York, si conservano a Palazzo Barberini otto cartoni.

Il ciclo di arazzi con la Vita di Urbano VIII, progettato dalla scuola di Pietro da Cortona, era destinato a decorare il grande salone di Palazzo Barberini”.

IMG_20171219_113944Antonio Gherardi (1638-1702), Maffeo Barberini presiede i lavori di bonifica del Lago Trasimeno. Appartiene alla serie della Vita di Urbano VIII.  È la serie più importante realizzata dall’arazzeria e, in assoluto, uno dei più notevoli cicli biografici del Seicento. La finalità panegirica è evidente: nei fatti prescelti per raccontare la vita di Urbano VIII, biografia e allegoria si sovrappongono. Il ciclo può considerarsi il completamento ideale dell’esaltazione del papa e della sua famiglia dipinta da Pietro da Cortona nel Trionfo della Divina Provvidenza (1632–1639). È infatti probabile che la collocazione prevista per il ciclo fossero proprio le pareti dello straordinario salone di  Palazzo Barberini. Gli arazzi si trovano attualmente conservati nei depositi dei Musei Vaticani.

Nel XVII secolo, collezionare arazzi era quasi d’obbligo per una famiglia che, come quella dei Barberini che ambiva a un prestigio internazionale, anche perché gli arazzi erano simboli di lusso, fasto e ricchezza ben più dei dipinti. Ma un conto era possedere arazzi, sia pure pregiati e in gran copia, altra cosa era possedere addirittura un’arazzeria di famiglia. E siccome i Barberini miravano in alto, e non badavano a spese, il Cardinal Francesco (1597-1679), nipote del Papa, decise di fondarne una  ex novo a Roma, naturalmente  a maggior gloria, e uso, della propria dinastia. L’occasione fu un regalo, che il cardinale, legato pontificio  alla corte di Francia nel 1625, ricevette da Luigi XIII, come “ captatio benevolentiae”  per compensare il parziale  insuccesso della delicata missione diplomatica. Il gesto fu grandioso e insieme strategico: sette enormi  arazzi, tessuti su disegni di Rubens, e dedicati alle  Storie di Costantino l’imperatore che aveva abdicato  al paganesimo per farsi cristiano e aveva ufficialmente concesso pieni diritti alla nuova Chiesa. Barberini accettò il dono, ma per completare la serie, secondo i propri interessi, preferì servirsi della manifattura romana da lui appena fondata nel 1627, e commissionò a Pietro da Cortona i cartoni sul cui modello tessere  cinque nuovi pezzi. Se le arazzerie francesi facevano scuola – l’arazzo, dopo tutto, deve il suo nome alla citta di Arras, che fu a lungo centro di produzione “par excellence”,  Roma poteva non essere da meno, se non altro nei disegni dei Barberini. L’arazzeria Barberini fu concepita e operò a immagine e somiglianza del suo fondatore: le serie prodotte riflettono totalmente il disegno politico e “mediatico” del Cardinal Francesco, al punto che, alla sua morte, la fabbrica cessò immediatamente di esistere. Per il suo progetto il cardinale ingaggiò numerosi specialisti: il primo responsabile della fabbrica fu il fiammingo Jacob van den Vliete, naturalizzato Giacomo della Riviera, che operò con i suoi collaboratori fino alla morte nel 1639. Il suo successore fu il genero Gasparo Rocci. Dal 1648, anno di morte del Rocci, la manifattura degli arazzi fu gestita da donne: Caterina della Riviera, rispettivamente figlia e moglie dell’artigiano fiammingo e del Rocci, e la sorella Maria Maddalena si successero nella guida dell’arazzeria fino al 1678. Un anno dopo, sotto la direzione di Anna Zampieri, l’arazzeria fu definitivamente chiusa. Francesco Barberini volle inoltre che le sedi dell’arazzeria non fossero troppo distanti dalle sue residenze abituali. I telai furono infatti allestiti prima a Palazzo Cesi e poi a Palazzo Rusticucci, entrambi vicini ai suoi appartamenti in Vaticano, quindi nel Casino Accoramboni – a un passo da Palazzo Barberini – e, infine, al vicolo dei Leutari, dove il cardinale teneva le sue carrozze, non lontano dal palazzo della Cancelleria, sede dei suoi uffici. Nei cinquant’anni di attività della bottega (1627-1679) furono realizzate sette importanti serie di arazzi, oltre a lavori minori. Pietro da Cortona, e dopo di lui Giovan Francesco Romanelli e Ciro Ferri, sovraintesero alla progettazione dei vari cicli, ma in larga parte i cartoni vennero materialmente eseguiti dai loro numerosi allievi. Di seguito una breve lista delle sette serie Barberini con gli autori dei cartoni:

I CASTELLI (1627–1630) 8 pezzi – Filippo d’Angeli e Francesco Mingucci

LE STORIE DI COSTANTINO (1630–1641)5 pezzi – Pietro da Cortona

I GIOCHI DI PUTTI (1637–1642) 8 pezzi – Giovan Francesco Romanelli

I DOSSALI PER LA CAPPELLA SISTINA (1635-1648) 4 pezzi – Pietro da Cortona e Giovan Francesco Romanelli

LA VITA DI CRISTO (1643–1656) 12 pezzi – Giovan Francesco Romanelli, Giuseppe Belloni, Paolo Spagna

LE STORIE DI APOLLO (1659–1663) 5 pezzi – Clemente Maioli

LA VITA DI URBANO VIII (1663–1679) 10 pezzi – Antonio Gherardi, Fabio Cristofani, Giacinto Camassei, Pietro Lucatelli.                                                                       IMG_20171219_113644                                                         Andrea Sacchi, Jan Miel e Antonio Gherardi: “Visita di Urbano VIII al Gesù” (1642-1643)

Di grande interesse in mostra anche il “Ritratto di Urbano VIII” di Pietro da Cortona, in prestito dai Musei Capitolini, e la “Visita di Urbano VIII al Gesù” (1642-1643) di Andrea Sacchi, Jan Miel e Antonio Gherardi, esposta l’ultima volta negli anni Ottanta del Novecento, realizzato in occasione della partecipazione di Papa Barberini alle celebrazioni per il centenario della fondazione dell’Ordine dei Gesuiti, che completano in maniera  esaustiva l’intero percorso espositivo.

Roma, Palazzo Barberini, Via delle Quattro Fontane, 13 fino al 22 aprile 2018 con orari: martedì / domenica 8.30 – 19.00. La biglietteria chiude alle 18.00. Giorni di chiusura: lunedì, 25 dicembre, 1° gennaio. Costo del biglietto d’ingresso: intero 12,00 € – ridotto 6 €. Gratuità come previste dalla legge. Il biglietto è valido dal momento della timbratura per 10 giorni in entrambe le sedi del Museo di Palazzo Barberini e della Galleria Corsini. Informazioni: telefoniche 06-4824184- e.mail: Gan-aar@beniculturali.it

“ Voglia d’Italia” – Il Collezionismo internazionale nella Roma del Vittoriano.

Donatello Urbani

Sono due le sede espositive che ospitano fino al 4 marzo 2018 questa interessante mostra che, nelle parole della Direttrice del Polo Museale del Lazio, Edith Gabrielli, dovrebbe rappresentare anche il suo “canto del cigno” in quanto il mandato scadrà nel prossimo anno. Le location coinvolte sono il piano nobile di Palazzo Venezia e le nuove Gallerie Sacconi al Vittoriano, aperte al pubblico per la prima volta ,recentemente restaurate e adattate al nuovo compito. Per l’occasione il visitatore può fruire di un biglietto unico valido per gli ingressi nelle due sedi, che consente, fra l’altro, anche di accedere alla spettacolare terrazza panoramica del Vittoriano, oltre  visitare i nuovi percorsi di Palazzo Venezia recentemente aperti alla fruibilità del pubblico nel rispetto di un particolare programma  che ha per obbiettivo principale la valorizzazione di queste due sedi quali luoghi di cultura. In proposito, come attestano le preferenze accordate dal grande pubblico, entrambi sono tornati  ad essere fra le prime destinazioni e percorsi culturali visitati tanto dai turisti che dai romani.

Sartorio                                                                                                             Giulio Aristide Sartorio: “Le vergini savie e le vergini stolte” – Particolare

La mostra presenta al pubblico – per la prima volta in modo organico – la raccolta vasta e sorprendente che i coniugi statunitensi George Washington Wurts ed Henrietta Tower misero insieme a cavallo fra XIX e XX secolo e donarono poi allo Stato italiano, per l’esattezza al museo di Palazzo Venezia, dove tuttora è conservata. L’intera donazione comprendeva oltre quattromila oggetti, tanti ne avevano collezionati i coniugi Wurts nel corso della lunga carriera diplomatica del marito trascorsa quasi interamente a Roma con una pausa, dal 1882 al 1892, in Russia presso la sede diplomatica statunitense di San Pietroburgo.  “Alla base della mostra”, spiega il curatore Emanuele Pellegrini, storico dell’arte e docente all’IMT – School for Advanced Studies di Lucca, “vi è comunque anche l’idea di restituire il contesto della raccolta Wurts, ovvero quella particolare forma di collezionismo che tra Ottocento e Novecento si legò così intimamente all’Italia, fino a concretizzarsi spesso nella donazione allo Stato di singole opere o di intere raccolte. La mostra illustra le dinamiche del collezionismo, soprattutto anglo-americano, e del mercato internazionale, sullo sfondo dei radicali cambiamenti vissuti in quegli anni dalla giovane nazione italiana e dalla sua nuova capitale, Roma”.

07                                             Michael Pacher ( o a la maniera de?): “San Michele Arcangelo” – 1480 ca (?). Legno. Museo Nazionale di Palazzo Venezia

Ai Wurts è dedicata la sezione allestita a Palazzo Venezia in sette diverse sezioni dove sono  esposte le opere più significative della raccolta, molte delle quali sono state portate fuori dai depositi, studiate e restaurate per l’occasione.

Nelle Gallerie Sacconi del Vittoriano invece è esposto un congruo numero di opere, provenienti da prestigiosi musei e collezioni private italiane ed estere che racconta un intero mondo fatto di aste, di mercanti e di mercato, nazionali e internazionali, oltre all’affermazione di un artigianato di qualità portavoce di una rilettura “in stile” dell’arte del passato.

“La mostra – afferma la direttrice del Polo Edith Gabrielli – si pone come un momento chiave nella strategia del Polo Museale del Lazio. Rigorosamente site-specific e contraddistinta da un rimarchevole impegno culturale che  sottolinea il rientro nel circuito del grande pubblico di Palazzo Venezia e del Vittoriano”. In particolare il Vittoriano abbina alla primaria destinazione di contenitore delle memorie risorgimentali quella anche museale con un messaggio artistico che supera e va oltre i valori nazionali.  La costruzione, iniziata nel 1885, venne  inaugurata nel 1911 in occasione dell’Esposizione che celebrava il cinquantenario dell’Unità d’Italia , divienendo per l’occasione  anche  l’emblema che caratterizza la città di Roma all’alba del Novecento.

Il catalogo, edito da Arte’m, ricco di tavole a colori e oltremodo esautivo nelle sue 520 pagine, viene proposto al costo di €.25,00 . In occasione dell’esposizione la Sala Regia di Palazzo Venezia ospiterà una rassegna sulla musica di quegli anni curata da Ernesto Assante.

 ROMA –Palazzo di  Venezia (Ingresso da Piazza Venezia) Martedì/Domenica 8.30 – 19.30 (chiuso il lunedì);

Gallerie Sacconi al Vittoriano Ingresso da Piazza Venezia e da Via del Teatro di Marcello (lato Aracoeli) Tutti i giorni 9.30 – 19.30

Modalità di visita: La mostra è allestita in due sedi, a Palazzo Venezia e nelle Gallerie Sacconi al Vittoriano. Durante la sua apertura al pubblico è istituito un biglietto unico, valido per un ingresso agli Ascensori panoramici del Vittoriano, alla Mostra Voglia d’Italia nelle Gallerie Sacconi al Vittoriano e a Palazzo Venezia (Mostra Voglia d’Italia e percorso museale). Costo del iglietto d’ingresso unico:

  • Intero € 10,00
  • Ridotto € 5,00
  • Gratuito: riservato alle categorie previste dalla legge e consultabili sulla pagina ufficiale del MiBACT beniculturali.it.

Inclusa nel biglietto d’ingresso la disponibilità di audioguida alla mostra sia a Palazzo Venezia che al Vittoriano. Ingresso gratuito la prima domenica di ogni mese. È disponibile un’audioguida gratuita della mostra sia a Palazzo Venezia che al Vittoriano. Info e prenotazioni www.gebart.it  tel.+39 06 32810  (dal lunedì al venerdì ore 9 – 18 e il sabato ore 9 – 13) www.mostravogliaditalia.it

“CLEMENTE XI collezionista e mecenate illuminato” in mostra nel Complesso Monumentale del Pio Sodalizio dei Piceni

Testo e foto di Donatello Urbani

Clemente XI, Giovanni Francesco Albani di Urbino, città che gli dette i natali il 22 o il 23 luglio 1649 da Carlo e da Elena Mosca, nobildonna di Pesaro, fu un importante protagonista della vita culturale e religiosa europea del primo ventennio del ‘700. Insieme al Cardinale Decio Azzolino, alla Regina Cristina di Svezia e ai due Ghezzi, Giuseppe e Pierleone, fu, inoltre, l’animatore della vita culturale della Roma di quel tempo caratterizzando anche il momento di maggior gloria del Pio Sodalizio dei Piceni, allora Arciconfraternita della Santa Casa di Loreto. La mostra, allestita nel Complesso Museale Monumentale di San Salvatore in Lauro, sede storica di questo Pio Sodalizio, oltre ad aprire uno spiraglio sulla figura di questo Papa vuole tenere sempre viva l’attenzione dell’opinione pubblica sul dramma e le tragiche conseguenze subite dal patrimonio dei beni culturali regionali a seguito del terremoto che ha colpito la Regione Marche nel 2016.

IMG_20171206_133030            Carlo Maratta (attribuzione): “Il Cardinale Giovanni Francesco Albani” – 1692. Olio su tela. Collezione privata in Urbino.

Nel 1677 entrò ufficialmente nella prelatura: Innocenzo XI – Papa Pamphjli-, lo nominò referendario delle due Segnature e consultore della Congregazione concistoriale, ed ebbe il governatorato di Rieti, della Sabina e Orvieto. Nel 1683 tornò a Roma per essere nominato vicario e giudice di S. Pietro con il privilegio di mantenere il canonicato di S. Lorenzo. Il 27 settembre 1700 muore Innocenzo XII e il 9 ottobre 1700 inizia il conclave nella più assoluta incertezza: la rigidità dei cardinali delle potenze francesi e spagnole e la volontà degli zelanti di eleggere un papa “di petto e testa forte” faceva prevedere un lungo conclave. Il Cardinale Albani entrò in conclave non completamente ignaro della consistenza di una sua candidatura. Gli storici ed i critici di oggi offrono un bilancio complessivo del pontificato di Clemente XI non certo positivo. Di lui scrivono: “Eletto tra grandi speranze, egli fu un esecutore diligente ma di scarsa inventiva del suo zelante programma.  In politica religiosa subì l’iniziativa del potere civile e ruppe con un passato di prudenza per affrontare la battaglia contro il giansenismo con un’inflazione di risposte tipicamente curiali prive di un solido retroterra teologico e storico.

IMG_20171206_133121                                      Cristoforo Roncalli: “Ritratto di Clemente XI” – XVIII secolo. Olio su tela. Urbino, collezione privata

Fu interprete emblematico di una impreparazione generalizzata degli ambienti curiali di fronte ai movimenti profondi della società, degli Stati e della stessa realtà ecclesiale: egli rimase imprigionato, nel bene e nel male, in una cultura devota, controriformistica, obnubilata da una visione di un cattolicesimo trionfante e da un’inevitabile tentazione oracolare del magistero papale, fondati sulla rigida centralizzazione e sull’identificazione ormai storicamente agonizzante tra Ecclesia Romana ed Ecclesia Universalis”. Da tenere presente che ci troviamo storicamente di fronte ai primi passi compiuti dal secolo dei lumi verso illuminismo e non tutti i politici ed intellettuali del tempo compresero i profondi cambiamenti che erano in corso nella società.

Alquanto diverso il giudizio degli storici e critici d’arte; non per niente tiene a precisare il curatore Claudio Maggini nel corso della conferenza stampa: “Il cardinale Giovanni Francesco Albani, urbinate, di famiglia facoltosa e riguardevole, salito al soglio Pontificio il 23 novembre del 1700 con il nome di Clemente XI, prima e durante il suo pontificato, rivela un considerevole gusto estetico e collezionistico. Partendo proprio dal cospicuo fondo Albani, la mostra racconta, in quattro sezioni per un totale di 40 opere fra dipinti, sculture e gioielli, il percorso collezionistico dell’illuminato Pontefice. Considerevoli sono le opere e i nomi degli artisti che fecero parte dell’entourage di Clemente XI, che vanno da Carlo Maratta a Procaccini, a Francesco Mancini.” La vita artistica in quegli anni è condizionata in pieno dal barocco,  anche se alcuni artisti vicini a Clemente XI furono sensibili verso il gusto estetico del periodo che volgeva verso il vedutismo pur non aderendovi in pieno.

IMG_20171206_133635                                          Alessandro De Marchis: “Paesaggio con figure” – XVIII secolo. Olio su tela. Urbino, collezione privata.

Questa mostra è un’importante occasione di studio e un osservatorio privilegiato sull’arte del ‘700 proveniente dall’urbinate, da sempre crocevia di grandi artisti e fucina delle arti. Il curatore Claudio Maggini scrive in proposito: ”Il fondo Albani, a lungo dimenticato, se non del tutto negletto o inesplorato dagli studiosi, è il fondo documentario della famiglia Albani risalente al 1818. Tale fondo ha il pregio di registrare e catalogare tutti i beni presenti nelle case della città di Urbino e di quelle poste nell’immediato circondario. Di questo patrimonio censito dal Notaio Parenti- inventario degli eredi del Principe C. Albani del 1818-, composto da 201 pagine dalla descrizione e cura del particolare degna d’essere accostabile a una vera guida del palazzo storico urbinate, e  mai riportato in precedenza in nessun testo, ne scaturisce una ricca elencazione di dipinti dove risulta la presenza di antichi pittori, verosimilmente raccolte dal nonno e dal padre di Clemente XI, oltre ad una lunga lista di oli su tela realizzati da autori attivi nella seconda metà del Seicento, non ancora di primo piano o emergenti, le cui commissioni possono essere riconducibili al porporato Albani, e poste in essere prima dell’elezione petrina, avvenuta nel 1700. Infatti, ai dipinti di Raffaello, Barocci e suoi allievi, di Giovanni Lanfranco, Guido Cagnacci, Guido Reni e di Simone Cantarini, solo per citarne alcuni, vi sono affiancate numerose tele realizzate da pittori protagonisti della prima ora della politica artistica di Clemente XI. Da Carlo Maratta e artisti a lui vicini, da Giuseppe Ghezzi al figlio di lui Pier Leone, fino a giungere a quegli autori come il paesaggista Alessio De Marchis e il vedutista Gaspar Van Wittel, che fanno parte della sua più avanzata politica artistica a Roma quanto a Urbino, sua città natale. A questo secondo contesto e relativo alle sole opere certe per documenti presenti nella residenza urbinate, è dedicato  questo evento espositivo romano”.

IMG_20171206_133441Giovanni Anastasi: “San Gregorio chiamato al soglio pontificio con il ritratto di Annibale Albani” – 1703. Olio su tela. Urbino, Museo Diocesano Albani.

La città di Roma deve a lui l’aver gettato le basi per un’apertura a tutti i cittadini dei Musei Capitolini e la costituzione dell’Istituto S. Michele per il recupero e l’inserimento nella società produttiva di giovani che diversamente avrebbero dovuto scontare una pena detentiva in carcere.

Inoltre il suo fu un mecenatismo costituito da innovazioni tanto negli scavi archeologici che nei restauri di chiese e monumenti, di cui furono principali protagonisti i Fontana e Carlo Maratta: famosi restano i restauri delle stanze di Raffaello, del Pantheon, della basilica di S. Clemente e la scoperta e l’erezione della colonna Antonina. Infine, nel campo delle lettere intervenne nel 1711 a favore del poeta maceratese Giovanni Mario Crescimbeni per mantenere fortemente gerarchizzata e curiale la struttura dell’Accademia dell’Arcadia. Cagionevole di salute già da molti anni, Clemente XI morì a Roma il 19 marzo 1721.

Mostra: “CLEMENTE XI collezionista e mecenate illuminato” –  Roma: Complesso Monumentale di San Salvatore in Lauro del Pio Sodalizio dei Piceni  Piazza di San Salvatore in Lauro, 15  fino al 25 febbraio 2018 con ingresso gratuito e orari di apertura: lunedì/sabato: 9:00/13:00 e 16:00/19:00 – domenica 9:00 / 12:00 – chiuso nei giorni festivi. Informazioni Artifex International Srls, tel: +39 06 68193064, info@artifexarte.it

SETTIMANA DELLA CULTURA D’IMPRESA “I linguaggi della crescita: impresa, cultura, territorio” – Una bella opportunità per scoprire due realtà industriali romane: Fintecna S.p.A – Gruppo Cassa Depositi e Prestiti e Birra Peroni s.r.l.

Testo e Foto di Mariagrazia Fiorentino e Donatello Urbani

La sedicesima settimana della Cultura D’impresa, organizzata dall’associazione “Museimpresa” dal 10 al 24 novembre u.s., ha visto il coinvolgimento delle aziende socie, che operano nei rispettivi territori, a interrogarsi sui linguaggi della crescita e renderli noti al grande pubblico.

CAM08823Edina Altara (1898/1983): “Nettuno e allegoria della terra” – pannello in alto –  e “Nettuno, Nereidi e Tritoni” – Dipinti su specchio montati su pannello di legno, entrambio originariamente decoravano la sala da pranzo della motonave Oceania e successivamente montati sulla motonave Verdi.- Auditorium Museo Via Veneto della Fintecna S.p.A.

“Utopia e poesia – Parole attese nell’industria del futuro” è stato il titolo che Fintecna del Gruppo Cassa Depositi e Prestiti ha assegnato ad un convegno seguito da uno spettacolo teatrale a cura di GMG Progetto Cultura tenuto nell’auditorium di Via Veneto a Roma nel quale convivono sia uno spazio convegno che uno museale. “L’Utopia è nella sua etimologia una chimera irrealizzabile, ma comprende il passaggio e lo spazio fisico tra sogno e proposito” scrivono in proposito Nicoletta Provenzano, Caterina Salvagno, Sabrina Fiorino e Claudia Canalini, storiche dell’arte che hanno curato questo evento: “Innervare la qualità della vita come forma di esistenza piena è l’obiettivo di un processo aziendale sano che implica il coinvolgimento naturale dell’arte e della cultura. L’identità diventa un bisogno sia imprenditoriale che umano che rende la gestione manageriale un sistema legato all’umanesimo e alla creatività. Nella rivista Civiltà delle Macchine Leonardo Sinisgalli (suo ideatore e direttore) ha unito lo spirito creativo dell’arte con lo spirito costruttivo dell’industria ed è l’intellettuale multidisciplinare che ha fatto dell’utopia un vero proposito. L’Auditorium Via Veneto Spazio Cultura, ospita nelle proprie collezioni artistiche i contenuti visivi di questi insegnamenti. La Poesia è l’espressione metaforica in cui il codice linguistico ristabilisce unità tra il ritmo del vivere e il contenuto umano con la sua possibilità di disegnare il mondo come un teorema”.

CAM08836Paolo Poli (1905/1996): Composizione decorativa con cinque bottiglie in rame smaltato. Dalla turbonave Michelangelo e attualmente esposte nell’Auditorium/Museo Via Veneto della Fintecna.

Lo spettacolo teatrale che ha concluso la serata si è incentrato sulla lettura di due Lettere al Direttore scritte a Leonardo Sinisgalli dal poeta Giuseppe Ungaretti e dall’imprenditore Giuseppe Eugenio Luraghi, incentrate sulla poesia come sintesi tra numeri e misteri, tra costruzione e libera espressione, punto di incontro tra il ritmo meccanico-industriale e la misura dell’arte”.

digStabilimento della Birra Peroni s.r.l. di Roma: veduta del ciclo finale di lavorazione con il prodotto finito indirizzato allo inscatolamento

Su questa falsariga si è mossa anche la S.p.A. Birra Peroni che ha aperto le porte del proprio stabilimento di Roma per una visita intesa a far conoscere come l’alta qualità dei loro prodotti sia il frutto di un approfondito processo culturale e di ricerca tanto nella produzione che nella accurata selezione e trattamento delle materie prime impiegate. “La birra fa bene” tiene ad affermare il Direttore dello stabilimento romano della Peroni dott. Serino e, in proposito, ci riferisce un’antica credenza nata in Belgio quando nella città di Bruxelles era stata colpita dalla peste. Il vescovo Arnaldo intuì che la propagazione del morbo fosse veicolata fra la popolazione dall’acqua. Così intraprese una serie di sermoni con l’invito alla popolazione a bere birra a discapito dell’acqua. La peste passò ed il vescovo Arnaldo, grazie a questa intuizione, fu proclamato santo e protettore della città. Ad anni di distanza le analisi scientifiche compiute sulla birra hanno accertato che questa bevanda è priva di batteri patogeni grazie all’acidità acquisita nel corso della fermentazione dell’orzo che avviene in assenza di aria, processo anaerobico, insieme all’aggiunta di luppolo e l’acquisizione di un grado alcoolico capace di garantirne una buona salubrità.

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                                 Stabilimento di Roma della Birra Peroni s.r.l. – Veduta dell’area riservata alle degustazioni dei prodotti.

In prossimità dell’ingresso allo stabilimento è stato allestito anche con parti di alcuni macchinari del dismesso stabilimento di Piazza Alessandria a Roma, una sala di accoglienza dove, periodicamente sono ospitate persone che hanno richiesto di conoscere la lavorazione della Birra Peroni. Una bella iniziativa prenotabile visitando il sito www.birraperoni.it e.mail museo@peroni.it- tel.06.225441

Maurizio Pierfranceschi in mostra con le sue opere al Museo Bilotti dal titolo “L’uomo e l’albero”

Testo e foto di Donatello Urbani

La richiesta non poteva essere più esplicita di quella rivolta a Maurizio Pierfranceschi dall’allora direttrice, Alberta Campitelli, del Museo Bilotti di Roma: “Una mostra che avesse per soggetto principale la natura”.

L5dGpwU_KR7Zqj5K6LGsqIqfloqbvVimEZ-n69B_Y1hR_rlkYUeOBJi7gy-uUIF-q69M5PuavyDgB1o=w988-h900                                                         Maurizio Pierfranceschi: “Dopo la battaglia” – 2009. Tecnica mista su cartone grigio.

La richiesta era alquanto pertinente dal momento che il Museo Bilotti si trova all’interno del parco urbano di Villa Borghese. In aggiunta, poi, c’è stata anche una felice circostanza: una delle primissime opere realizzate da Pierfranceschi  aveva per titolo “L’uomo e l’albero”. L’insieme di questi eventi è stato l’atto di nascita della mostra che da oggi è visibile al piano terra di questo interessante museo. Le circa cinquanta opere presenti lungo il percorso espositivo indagano proprio il rapporto tra uomo e natura, tra architettura e paesaggio che un artista con origini in una cittadina dell’ entroterra marchigiano, Cagli, riesce a cogliere in maniera diversa, forse anche migliore, di un occhio abituato a paesaggi urbani. Dice il curatore, Fabio Cafagna, nel presentarci questa rassegna: “Uomo e natura nelle carte, nei legni e nelle tele dell’artista si confondono, trapassano l’uno nell’altra, si rispecchiano, fino a divenire un impasto di colore e materia che, seppur formalmente controllato, ha il dono della spontaneità e della vitalità.”

Iqr05I1ENuG_N5PJ9-qqYLRctvEeJcQfUFvxIXtK5OlSTc9erkPmm5ND0HurFw3-S2guuULyrpfqJ3E=w988-h900Maurizio Pierfranceschi: “Autoritratto con passero” – 2017. Terracotta bianca con tracce di colore. Alle spalle tre teleri con identico soggetto il “Ninfeo” della palazzina. Opera del 2016 realizzata con tecnica mista su tela

Uscendo da museo, al termine della visita, mi sono incamminato in uno dei viali alberati del Parco di Villa Borghese e così ho potuto osservare con un occhio diverso, contaminato dalle opere di Pierfranceschi, i colori che la natura ci offre e che l’architettura dell’uomo ha messo a dimora in un paesaggio costruito artificialmente nei minimi dettagli molto diverso dall’esaltazione di quelli spontanei e naturali voluti e costruiti dalla natura stessa.

Per una esatta lettura di tutte le opere esposte è raccomandato il ricorso al catalogo edito per l’occasione da Solfanelli (Chieti) ricco di tavole a colori e con interessanti apparati scientifici, pag. 82 costo €.12,00.

Roma – Museo Carlo Bilotti – Arancera di Villa Borghese – Via Fiorello La Guardia fino al 14 gennaio 2018 con ingresso gratuito ed orari da martedi a venerdi 10,00/16,00, sabato e domenica dalle 10,00 alle 19,00. Informazioni  sito web www.museocarlobilotti.itwww.museiincomune.itwww.zetema.it – tel. 060608

Francesco Trombadori: In mostra alla Galleria Comunale d’Arte Moderna con“L’essenziale verità delle cose”.

Testo e foto di Mariagrazia Fiorentino e Donatello Urbani

Questa rassegna allestita alla Galleria Comunale d’Arte Moderna – Via Francesco Crispi, Roma – è un omaggio dovuto ad un artista che, pur essendo di origini siciliane, ha vissuto  la sua vita artistica a Roma divenendo una figura di primo piano in molte manifestazioni culturali  come quando con i compagni d’Accademia Cipriano Efisio Oppo, Virgilio Guidi e Carlo Socrate – tutti operanti a Villa Strohl-Fern,  darà vita alla Prima Scuola Romana. Gli anni precedenti la prima guerra mondiale così come i successivi inclusi quelli che interesseranno anche la seconda guerra mondiale, vedono Roma e gli artisti italiani occupati in profonde dispute critiche sull’arte moderna.

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In proposito Francesco Trombadori, che alterna la vita artistica con quella di critico d’arte, collaborando con prestigiose riviste specializzate, scriveva: “Moderna non è certo l’arte perché rispecchia il nostro tempo, che allora si tratterebbe di una questione di moda e formale. L’arte, moderna come anche antica, è solo quella che riesce ad esprimere l’essenziale verità delle cose con profonda umanità e spiritualità … “. Prendendo le spunto da questo pensiero è stata battezzata questa rassegna. Il percorso espositivo, pur non avendo una netta divisione in più sezioni, può, per nostra comodità, essere suddiviso in due parti. Nella prima sono esposti lavori prodotti negli anni giovanili sia nella natia Siracusa quali i disegni e le prove d’illustratore, sotto l’influenza della “Jugend Münchner illustrierte” ed alcune opere pittoriche quali “Siracusa mia” del 1919 con influenze divisioniste ed alcuni lavori dei primi giorni di soggiorno romano con “Il Viale di Villa Strohl-Fern” e “Alberi controluce”.

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La seconda parte della rassegna, come scrivono i curatori: “…è incentrata sulle opere dipinte all’indomani della Prima Guerra Mondiale. Trombadori è ora vicino all’ambiente di “Valori Plastici”, la rivista fondata da Mario Broglio e, sulla scorta delle suggestioni del cosiddetto “Realismo Magico” di Bontempelli, avvia una profonda riflessione sull’antico in rapporto dialettico con le istanze dell’avanguardia e della tradizione”. In questa sezione si possono includere anche i lavori realizzati a ridosso della seconda guerra mondiale fino al 1961, ultimi anni della sua  produzione. Sono gli anni questi un cui Trombadori frequenta il Caffè Greco, Rosati o Aragno, tutti locali dove incontrare artisti ed intellettuali romani e scambiare o condividere con loro idee sulle tante tendenze artistiche di quel periodo.

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E’ il periodo quando Roma ed i paesaggi romani sono gli indiscussi protagonisti delle opere di Trombadori e dove l’assenza di persone e le atmosfere rarefatte ritratte sono in netto contrasto con i rumori, la confusa e dinamica vita della città, incluse le periferie, che proprio negli anni del dopoguerra iniziano ad animarsi fino a rendersi quasi invivibili. Lorenzo Trucchi scrive in proposito nel 1958 ispirandosi a queste opere: “Una Roma chiara, deserta, silenziosa, umbertina e archeologica, barocca e borghese…..”

Roma – Galleria d’Arte Moderna – Via Francesco Crispi, 24 fino all’11 febbraio 2018 dal martedi alla domenica dalle 10,00 alle 18,30. Biglietto d’ingresso intero €.7.50 – ridotto €.6,50, per i residenti a Roma è concessa una riduzione di €.1,00- Gratuità come indicate dalla legge. Con il biglietto del Museo è possibile richiedere una visita allo studio del pittore. Informazioni tel.060608 o sito web www.galleriaartemodernaroma.itwww.musiincomune.it , obbligo di prenotazione.

Konrad Mägi – L’arte pittorica estone arriva a Roma con il suo maggior rappresentante.

Testo e foto di Donatello Urbani

Il semestre di Presidenza Estone della Comunità Europea  ed il centesimo anniversario della nascita della Repubblica dell’Estonia, vengono ricordati a Roma con una mostra di opere d’arte realizzate dal padre indiscusso della pittura estone che, nello stesso tempo, è considerato anche uno tra i “più eccentrici protagonisti dell’arte europea nel fatidico ventennio intorno alla prima guerra mondiale” parole del curatore. Questa mostra, la più importante fino ad oggi realizzata al di fuori dell’Estonia, é allestita nelle sale della Galleria Nazionale d’arte Moderna e Contemporanea, e, fra i tanti fini che si propone di raggiungere, non nasconde quello di far conoscere agli italiani uno stato del nord Europa poco noto sia culturalmente che geograficamente.

IMG_20171009_131137Konrad Mägi: “Paesaggio con nuvola rossa”- 1913/14. Olio su tela. Museo nazionale d’Arte della Repubblica Estone.

Nessuno più di Mägi (1878/1925) può suscitare interesse e destare meraviglia per queste terre nordiche che, nei loro colori  presentano bellezze e fascino sconosciuti ai nostri occhi così come altrettanto sconosciute sono le sue opere pittoriche. Le particolari vicende umane insieme alle condizioni economiche che interessarono questo artista in vari periodi della vita, lo condussero  a soggiorni, più o meno lunghi, in vari città europee incluse Venezia, Capri e Roma lasciandoci testimonianze molto interessanti.  Scrive ad un amico durante il suo soggiorno nella nostra città: “Nella mia natura c’è forse davvero molto di una persona del sud. Tutta Roma ha qualcosa che la rende ogni giorno più interessante, Ad ogni modo non intendo lasciare questa terra a cuor leggero.” Al suo ritorno in patria realizzerà opere notevoli sulla scorta degli appunti e schizzi che aveva preso durante il suo soggiorno in Italia. Scrivono i curatori: “Si tratta di quadri pieni di elementi mistici e misteriosi: porte e finestre chiuse e scure, rovine, un cielo blu scuro, etc…I quadri dipinti sono l’influsso delle impressioni italiane costituiscono anche l’ultimo periodo creativo coerente nell’opera di Konrad Mägi”. Rivisitare i nostri paesaggi e le nostre città con gli occhi di uno straniero del nord Europa è senza ombra di dubbio uno cosa stimolante e che pone anche una profonda riflessione interiore. Quali sono i veri colori dei nostri paesaggi e del nostro cielo? I  romani di quegli anni si vestivano ed avevano veramente quelle espressioni in volto, così come sono raffigurati?  E noi quanto siamo diversi dai nostri antenati?

IMG_20171009_132122Konrad Mägi: “Motivo romano”- 1921/1922. Olio su tela. Museo Nazionale d’Arte della Repubblica Estone.

La natura, comunque, principalmente quella dei paesaggi estoni, è il soggetto principale e quasi esclusivo delle opere di Mägi nelle quali traspare un amore sviscerato quasi una venerazione religiosa che supera il mito in se stesso e la colloca nel gradino più alto delle cose da amare e da rispettare. Questa importante comunicazione è presente lungo tutto il percorso espositivo quasi come un messaggio ecologico che rinnova dentro di noi l’amore verso la natura stessa e suscita il desiderio di conoscere altri territori che tutto sommato, seppur lontani, grazie ai moderni mezzo di trasporto, sono a un tiro di schioppo da casa nostra.

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Konrad Mägi: “Venezia” 1922(1923. Matita su carta                               Konrad Mägi: “Venezia”-1922/1923. Olio su tela. Collezione privata.

Importante il catalogo accompagnato da un interessante quanto corposo testo sulla vita e le opere di Mägi opera di Eero Epner, curatore di questa mostra, con traduzione di Daniele Monticelli, per le edizioni Enn Kunila Srl Sperare Tannilla Raamatutrukikoda.

Roma- Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea – Viale delle Belle Arti, 131 fino al 28 gennaio 2018 con orario dalle 10,00 alle 18,00. Informazioni tel.06.32298221

L’ICONA RUSSA – Preghiera e Misericordia.

Testo e foto di Donatello Urbani

Il ritorno alle relazioni diplomatiche tra il Sovrano Ordine di Malta e la Repubblica Russa trovano in questa rassegna, allestita al piano terra di Palazzo Braschi, sede istituzionale del Museo di Roma, la loro ragion d’essere. La seconda parte del titolo: “Preghiera e Misericordia” richiama l’attenzione su due componenti importanti della vita spirituale cristiana e nello stesso tempo traccia un percorso che presumibilmente sarà alla base delle attività delle due diplomazie. I rapporti fra la Russia ed il Sovrano Ordine ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme di Rodi e di Malta ha una lunga tradizione di reciproca collaborazione e questa mostra s’inserisce nella riconferma di un antico rapporto non solo diplomatico.

IMG_20171009_110251I beati Prokopij e Ioann di Ustjug, con veduta di Velikij Ustjug. Terzoquarto del XVIII secolo Velikij Ustjug. Museo dell’icona russa. Legno su tempera. Opera brecuperata prima dell’acquisizione del museo.

Tutto iniziò con la cacciata dei Cavalieri maltesi nel 1798 dall’isola di Malta, concessa dall’imperatore Carlo V^, per mano di Napoleone,  quando lo Zar di Russia offrì loro ospitalità a San Pietroburgo dove rimasero fino al 1834, data in cui  si trasferirono a Roma, dove tutt’ora risiedono ed hanno la loro sede principale. Un evento così importante non poteva che essere ricordato con una altrettanto importante iniziativa culturale. Questo progetto espositivo rivolge uno sguardo molto al di sopra del mero evento culturale che vede come protagonisti principali le due chiese cristiane: cattolica e ortodossa russa.

IMG_20171009_110502Madre di Dio della Passione. Fine del XVII secolo. Russia centrale. Museo Andrej Rublev. Legno, tempera. Opera recuperata da S.R. Bragin nel 1999.

Le opere esposte, realizzate da botteghe e laboratori di grande notorietà e prestigio, presentano tre diversi cicli che esaltano a loro volta tre diverse figure: la Madre di Dio, Odigitria, Cristo, dal Pantocratore all’Entrata a Gerusalemme e alla Trasfigurazione, ed infine i Santi Monaci Russi ad iniziare da San Sergio, figura centrale di santità nella chiesa ortodossa russa.

IMG_20171009_110115I venerabili Evfimij e Chariton di Sjanzem. Seconda metà del XVIII secolo. Terre di Vologda. Museo di Andrej Rublev. Legno, tempera. Opera recuperata prima dell’acquidizione del museo.

Da non trascurare, infine, anche il valore ed il messaggio artistico proprie di queste sacre icone che può essere riassunto dalle parole del curatore contenute nel prezioso catalogo edito dal Museo Andrej Rublev sia in italiano che in russo: “Scopo fondamentale della mostra è quello di testimoniare, attraverso immagini iconiche, l’eccellenza delle maestranze russe, capaci di rinnovare ogni volta la suggestione spirituale pur attenendosi fermamente alla tradizione figurativa. Agli occhi degli spettatori l’icona si fa quindi rappresentazione di una spiritualità forte e diventa veicolo di un invito all’idea dell’amore perfetto di Dio per l’uomo”.

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Vladimir Tatlin: Composizione con superfici trasparenti                                                       Dimitrij Gutov: Madre di Dio Grande Panagia

L’arte iconografica in Russia  non ha interessato solo i secoli passati, in particolare XVII^ e XVIII^ sec., quando scuole e maniere pittoriche locali goderono di particolare fortuna come quella di Kargopol, regione del Volga del bacino del fiume Kama, ma è giunta, sia pure nelle mutate forme artistiche nate sei secoli successivi, fino ai giorni nostri. A dimostrazione di questo in mostra sono esposte due opere altamente significative, una realizzata da Vladimir Tatlin nel 1916 dal titolo “Composizione con superfici trasparanti”, dai chiari contenuti avanguardistici, ed una scultura in metallo, con saldatura e forgiatura, realizzata da Dimitri Gutov nel 2012 dal titolo “Madre di Dio Grande Panagia (Orante).

Roma – Palazzo Braschi  – Piazza San Pantaleo, 10 – Piazza Navona, 2 fino al 3 dicembre 2017 dal martedi alla domenica con orario 10,00/19,00 ed ingresso gratuito per i visitatori del Museo di Roma Palazzo Braschi, muniti di biglietto

MANGASIA. Wonderlands of Asian Comics – La prima mostra al mondo sulla storia del fumetto asiatico. DIGITALLIFE 2017 – Arte e nuove tecnologie

Testo e foto di Donatello Urbani

Due rassegne importanti che dovrebbero essere anche il punto di partenza di un nuovo corso che l’Amministrazione Comunale Capitolina intende iniziare per un rilancio sostanziale sia del Palazzo delle Esposizione che dei due Macro, Testaccio e Via Nizza. Da troppo tempo lamentavamo, in coro con importanti rappresentanti della vita cittadina, il completo abbandono di questi rappresentativi  centri culturali romani prova ne sia che da circa un anno e mezzo erano tutte prive di un direttore.

IMG_20171006_115326MANGASIA. Wonderlands of Asia Comics. – Allestita  al piano superiore espone un importante ed ampia selezione di tavole originali e volumi di fumetti asiatici, molti di questi quasi del tutto sconosciuti al di fuori dei confini nazionali. Questa rassegna, inoltre, concentra la propria attenzione “su un progetto creativo che sottintende alla creazione di un fumetto, offrendo in visione le sceneggiature, gli schizzi ed i layout delle pagine finite” come scrivono i curatori. Il titolo che si compone di due parole: “Manga”, termine coniato nel 1814 dal maestro Katsushika Hokusai, ed “Asia”,  ci introduce sul tema principale svolto lungo tutto il percorso espositivo. Manga è un genere di fumetto nato in Giappone e da lì si è diffuso in tutta l’Asia, e nel resto del mondo. La particolarità è offerta dai contenuti che questi fumetti hanno assunto in ciascuna nazione. Di volta in volta le loro vignette hanno fatto leva in toto sui principi propri sia del pensiero filosofico, oppure etico senza disdegnare quello religioso. Ciascun fumetto manga ha percorso un proprio sentiero, diverso in ciascuna nazione, facendo propri i caratteri nazionali di volta in volta incontrati. Questa rassegna come scrivono i curatori “…si concentra sull’evoluzione dell’arte del fumetto in Asia orientale, meridionale e sud-orientale. Non ci avventuriamo più ad ovest del Pakistan né più a nord della Mongolia e del Giappone. Anche così si tratta di una regione enorme comprendente una ventina di paesi di dimensioni diverse, dai piccoli territori e stati insulari come Hong Kong e Singapore alle due nazioni più popolate del  pianeta: la Cina e l’India….”.

IMG_20171006_114905La prima sezione, fra le sei in cui si articola il percorso espositivo, è una mappa dei territori in cui si è sviluppato il fumetto. Tra questi, oltre a quelli affermatesi in Giappone come una vera e propria industria culturale, sono esposti  i, “manhua” prodotti  in Cina  e i “manhwa” diffusi sia  in Corea che i “cergan” in Indonesia e i “Komiks” nelle Filippine.

I miti e le leggende sono i temi affrontati dai fumetti esposti nella seconda sezione che ripropongono, con un linguaggio nuovo e più congeniale alle attuali giovani generazioni, racconti imbevuti di verità eterne e messaggi di valore universale. Notevole successo hanno trovato in India i due massimi poemi epici indiani, il “Mahabharata e il Ramayana in cui sono narrate rispettivamente le vicende di Krishna e Rama.

IMG_20171006_124907                                                                                     Pannello con raffogurate gesta narrate sul Ramayana

Ricreare e rivisitare il passato nazionale è il tema in cui si sviluppa la terza sezione. Ciascun governo delle diverse nazioni asiatiche  si pone l’obbiettivo di  rileggere e raccontare in vario modo la propria storia nazionale. Molti hanno utilizzato il fumetto nell’intento di raggiungere il numero maggiore possibile di cittadini. Lwe guerre per raggiungere l’indipendenza e l’affrancamento dalla colonizzazione hanno ceduto il posto  a temi attuali e controversi quali la corruzione e la violazione dei diritti umani. Paul Gravet, capo equipe di un gruppo di curatori, tiene ad affermare che: “In molti casi gli autori di fumetti si sostituiscono ai giornalisti raccontando vicende dimenticate o  ignorate dagli organi di stampa ufficiali.”

Come si realizza un fumetto? E’ quanto viene presentato nella quarta sezione. Scrivanie, carta, penna, inchiostri di vari tipi ed oggetti vari ci presentano un mestiere difficile sia da apprendere che da coltivare, ricco di soddisfazioni e non nel guadagnarsi da vivere.

La quinta sezione affronta un tema particolarmente scabroso: com’é interpretata la pornografia in vari paesi asiatici. Censure, vincoli giuridici, dettami religiosi sono sottintesi in diverse tavole dai contenuti spesso erotici oltre che pornografici.

IMG_20171006_114815                                                             Aya Takano: “Tking a ride on the Spiriti Boat” – 2014 -.Scultura gonfiabile

La sesta ed ultima sezione ci porta a scoprire i fumetti del futuro e come questi, in Asia, abbiamo influenzato ed interagito con gli altri mezzi espressivi: dai concerti rock  alla moda fino a contaminare la fantasia di tanti appassionati  nell’immedesimarsi nei panni degli eroi preferiti con il cos play. Le due sale al termine del percorso espositivo accolgono due attrazioni sensazionali: una scultura gonfiabile realizzata da Aya Takano nel 2014 dal titolo “Tking a ride on the Spiriti Boat” ed un installazione digitale interattiva dove un robot riproduce i movimenti di quanti si fermano ad osservarlo.

Ben 281 tavole originali ed oltre 200 volumi di fumetti ci parlano dei nostri vicini asiatici e tutto sommato ci fanno scoprire un mondo popolato da esseri umani non troppo diversi da noi che quotidianamente affronta e convive con difficoltà non così diverse dalle nostre. In contemporanea a questa rassegna ci saranno nella sala cinema del Palazzo delle Esposizioni – ingresso gratuito  da Via Milano fino ad esaurimento dei posti – una rassegna di capolavori del cinema di animazione giapponese a far luogo dal 19 ottobre e una serie di conferenze “Incontri a Mangasia” a partire dal prossimo 12 ottobre. Per entrambi consultare il calendario, sito web www.palazzoesposizioni.it . Importante il catalogo curato da Paul Gravett ed edito da Thames & Hudson.

Roma – Palazzo delle Esposizioni Via Nazionale, 184 fino al 21 gennaio 2018 con orari 10,00/20,00 nei giorni di domenica, materdi, mercoledi e giovedi-  0re 10,00/22,30 venerdi e sabato. Costo biglietto d’ingresso intero  €.12,50, ridotto €.10,00 – integrato con l’altra mostra Digitalife 2017, intero €.18,00, ridotto €.15,00. Sono previste riduzioni per età e gratuità di legge.

 

IMG_20171006_133755DIGITALLIFE – Arte e nuove teconologie-  Questa mostra che decisamente strizza l’occhio ad un pubblico giovane, presenta, giunte dalla Biennale dell’Image en Mouvement , nel primo piano del Palazzo delle Esposizioni, sei installazioni, una piattaforma KizArt di grande fascino, alcune talk e varie performance. “Le nuove arti visive” dice la curatrice Monique Veaute, “hanno abbandonato i vecchi mezzi tecnici a disposizione degli artisti, cavalletto, pennelli, colori, per assumerne altri  con caratteristiche digitali  che impongono agli stessi artisti conoscenze  matematiche sconosciute ai loro predecessori quali gli algoritmi.

La sezione principale, curata da Richard Castelli, vuole coinvolgere il visitatore in  una complessa e articolata architettura audiovisiva e ambienti digitali  in 3D da titolo <360>. Vari artisti presentano le loro realizzazioni di gran fascino quella  creata dall’artista tedesco Robert Henke che propone il visual concert dal titolo Lumiere III, performance di laser ad alta precisione ed in perfetta sincronia  con il suono.

mdeRobert Henke: “Lumiere III”.-performance di laser ad alta precisione ed in perfetta sincronia  con il suono in un visula concert.

Su invito della Fondazione Giuliani , la Biennale dell’Image en Mouvement (BIM), propone 13 film, perlopiù inediti in Italia, che esplorano la centralità dell’immagine nella cultura moderna. In altra sezione  incontriamo KizArt, una piattaforma realizzata con il coinvolgimenti di personalità dell’arte contemporanea dove ciascuno di questi propone un video che ha giudicato adeguato ai bambini da 0 a 14 anni. Il dialogo tra macchina ed uomo è al centro del  progetto proposto da Alex Braga dal titolo “Cracking Danilo Rea”, capace di spaziare dalla musica all’arte concettuale e che vede coinvolto il pianista Rea, celebre per le sue improvvisazioni che dal jazz arrivano alla classica e al contemporaneo. Infine il 2 dicembre, giorno di chiusura del Romaeuropa Festival il Prof. Massimo Bergamasco, Direttore dell’Istituto di Tecnologie della Comunicazione dell’Informazione e della Percezione della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa ed il performer Sterlac presentano il loro lavoro durante l’incontro “Where are we now?. Riferimenti contemporanei per l’esplorazione del futuro”.

Roma – Palazzo delle Esposizioni – Via Nazionale, 194 fino al 7 gennaio 2018 con identico orario della mostra Mangasia. Costo biglietto d’ingresso intero  €.12,50, ridotto €.10,00 – integrato con l’altra mostra Mangasia, intero €.18,00, ridotto €.15,00. Sono previste riduzioni per età e gratuità di legge. Info sui siti www.palazzoesposizioni.itwww.romaeuropa.net

Oriente incontra Occidente: La Via della Seta Marittima dal XIII al XVII secolo – La Via della Seta fa sosta a Roma fino al 28 gennaio 2018 nelle sale quattrocentesche del Palazzo di Venezia

Testo e foto di Donatello Urbani

Identica la “location” a quelle delle precedenti quattro esposizioni volute in seguito a un protocollo d’intesa fra l’Italia e la Repubblica Popolare Cinese per far incontrare e promuovere la conoscenza delle rispettive culture. Questa è la quinta ed ultima rassegna allestita nelle sale quattrocentesche del Palazzo di Venezia ed ha assunto il suggestivo titolo diOriente incontra Occidente: La Via della Seta Marittima dal XIII al XVII secolo”. Differisce dalle precedenti per la finalità in quanto, nel frattempo, il Presidente cinese ha voluto riproporre  gli scambi commerciali fra Europa e la sua nazione proprio facendo leva su questa antica quanto gloriosa via che ha avuto non solo finalità commerciali, come ampiamente dimostrato nelle quattro sezioni del percorso espositivo dove sono  esposti oggetti provenienti dal Museo di Guangdong, la più grande città del sud della Cina. Dal II sec. a.C. al 19 d.C., proseguendo poi per oltre duemila anni di storia, la Via della Seta ha costituito un canale fondamentale per le relazioni tra genti e cultura e per i commerci marittimi internazionali.

IMG_20170928_124410                                                                         Tipica imbarcazione cinese per lunghi tragitti in mare riprodotta in scala.

La prima sezione non poteva che presentare la via della seta marittima che, in parallelo con gli ottomila kilometri di lunghezza di quella terrestre, si snodava sulle rotte marittime toccando una notevole quantità di scali i quali, approfittando dell’opportunità concessa dall’essere scalo marittimo, si trasformarono sia in empori commerciali di notevole importanza, che nell’assumere il ruolo di cerniera di scambio tra gruppi etnici, culture ed economie di diverse aree del mondo. I visitatori sono invitati a salire a bordo di una classica imbarcazione cinese ed iniziare il lungo viaggio attraverso tutto il percorso espositivo. Non tutte le imbarcazioni raggiungeranno lo scalo prefissato; molte giacciono tutt’ora in fondo al mare e da alcune di queste – naufragi del Nanhai 1 avvenuto in epoca Song (960/1279 d.C.- e quelli di Wanli e Nan’ao della dinastia Ming (1368/1644 d.C.- sono stati recuperati preziosi reperti che fanno bella mostra di sé in questa rassegna.

08. LA VIA DELLA SETAVaso Huluping, detto anche vaso a doppio fiasco, in porcellana bianca e blu decorato con fiori. Repertorio delle fornaci di Jimgdezhen, dinastia Ming, imperatore Wanli – 1573/1620) portato alla luce dal relitto Wanli. Foto courtesy Ufficio Stampa Polo Museale del Lazio.

“La Via delle Spezie e della Porcellana”, titolo della seconda sezione, espone sia tutti quei  prodotti cinesi che avevano una notevole diffusione all’estero che, di rimando, quelle merci straniere che venivano vendute in Cina. Scrivono i curatori:”A partire dai Tang e i Song, ogni dinastia imperiale aveva le proprie strategie di gestione commerciale marittima: i governanti perseguivano la politica del trarre profitto dai mari per riformare gli Stati, mentre lo Stato incoraggiava anche il commercio privato.” Sulla Via della Seta Marittima, porcellane, seta, tè e manufatti in metallo, incrociavano imbarcazioni che navigavano in senso inverso cariche di spezie, pietre preziose ed altri prodotti pronti per essere commercializzati in Cina. La Via della Seta Marittima descriveva un enorme bacino che includeva i paesi della sponda occidentale dell’Oceano Pacifico ed Indiano. Notevoli ed importanti sono molti reperti esposti in questa sezione, sia per il valore intrinseco che per quello documentale, quali una giara con invetriatura rossa con coppia di fenici e sei leoni, prodotta in epoca Ming (1368/1644) e il lingotto intagliato prodotto dalla fusione di oro occidentale.

IMG_20170928_124015Giara con invetriatura rossa decorata con coppia di fenici e sei leoni. Dinastia Ming– 1368/1644- portato alla luce dal relitto Nan’ao1.

La terza sezione, dal titolo “La Via delle Religioni” vuole focalizzare un momento preciso dell’evoluzione sociale avvenuta in Cina nei secoli compresi tra il XIII e XVII, nei quali grazie alla Via Marittima della Seta, vi fu la penetrazione di religioni come l’Islam, Induismo e Cristianesimo che, in una pacifica convivenza, contribuì a costruire un importante quadro multiculturale. Preziosa la testimonianza offerta da una brocca con immagine della crocifissione di Gesù,  prodotta nella dinastia Qing, imperatore Kangxi (1662/1722).

IMG_20170928_124151Brocca con immagine della crocifissione di Gesù. Dinastia Qing, imperatore Kangxi- 1662/1722-

Nell’ultima sezione, titolo “Scambi Culturali”, sono esposti reperti di notevole importanza che documentano come alla moda delle “cineserie” radicatasi  in occidente faccia riscontro un’altra, altrettanto importante, presente in Cina come testimoniato da alcuni gioielli rinvenuti nella tomba del principe Liangzhuang prodotti in occidente.

IMG_20170928_124516Statuine di Guanyn Bodhisattva in piedi. Repertorio delle fornaci di Dehua che produceva porcellane destinate principalmente all’estero. Dinastia Ming- 1368/1644-.  La particolarità di questa statua è offerta dalle affinità con l’iconografia mariana nel Cristianesimo.

Nel loro insieme tutti gli oggetti esposti in queste quattro sezioni forniscono un’ampia documentazione di come attraverso il traffico di merci le nazioni e i popolo hanno reciprocamente acquisito nuove idee, conoscenze tecniche, filosofiche e culti religiosi in un mutuo scambio che ha contribuito allo sviluppo delle successive società moderne; gli stessi identici fini che il Presidente cinese Xi Jimping vuole perseguire riproponendo  una moderna Via della Seta che assume oggi il nome di “una cintura, una via” (in inglese one belt, one road).

Museo Nazionale di Palazzo Venezia – Sale quattrocentesche fino al  28 Gennaio 2018 con orari dal martedi alla domenica 8,30/19,30 e biglietto d’ingresso €.10,00 inclusivo della visita alle collezioni museali del Palazzo di Venezia.  Info su www.mondomostre.itwww.museopalazzovenezia.beniculturali.itwww.orienteincontraoccidente.it